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Verso il Kata e Oltre!

Leggere un kata tra le righe

di Stefano Censi

kata shorin Cos’è un kata? Perché si praticano i kata? Perché si amano i kata?

Inizialmente queste sequenze tecniche sono ripetute fino allo sfinimento e il traguardo principale sta nel ricordarsi la serie corretta dei movimenti. Quando questa sequenza è stata assimilata, però, la nostra pratica del kata deve trovare un senso diverso da quello semplicemente mnemonico.

Allora perché continuiamo a praticare i kata? Forse perché ci “rimandano” ad altro.

Quando eseguiamo un kata, ci sforziamo di ricreare un combattimento, la nostra mente si sforza di ricostruire anche lontanamente una situazione di combattimento reale.

Questa concezione stilnovista del kata vuole indicarci che, oltre al mero movimento del nostro corpo, il kata è altro. Quando pratichiamo il kata, non lo facciamo per il semplice gusto del fare attività fisica, ma perché ci rimanda ad altro, a qualcosa di più “alto”.

Il poeta marchigiano Giacomo Leopardi nell’Aspasia ci descrive proprio come, anche nei “corporali amplessi”, non ami la donna reale. Lui è innamorato del “amorosa idea” della donna, quella “figlia della sua mente” che trova un “volto” nella donna reale.

Ora non resta che sostituire la parola “donna” con “kata”.

Lo so, questa “platonizzazione” del kata può sembrare complicata e inutile, forse è solo un parto deforme della mia mente, ma prendetela per ciò che è: una riflessione fine a se stessa.

dante

Il letterato italiano Dante Alighieri (1265-1321), famoso in tutto il mondo per aver scritto La Divina Commedia, nella sua opera Convivio espone i quattro significati dell’opera scritta (già presenti nelle epoche passate): letterale, allegorico, morale e anagogico.

Se immaginassimo il kata come un testo scritto, nel quale i movimenti diventano parole e gli spostamenti punteggiatura, potremmo parlare di significato letterale e allegorico.

Così avremmo un altro esempio di come il significato immediato (letterale) dei termini ne nasconda uno più profondo, quasi nascosto tra le righe (allegorico).

La flessione, l’estensione e la successiva rotazione di un braccio non sarebbero dunque soltanto gesti meccanici che compie il nostro corpo perché vogliamo bruciare calorie o passare del tempo libero, ma diverrebbero tutte fasi costituenti di una tecnica di combattimento: un pugno. Ogni movimento acquista così uno o più significati, magari evolvendosi e prendendo lo stampo del praticante e dell’epoca in cui si trova.

Detto ciò, è importante non trascurare la parte fisica (letterale) di un kata, perché senza di essa non potrebbero esistere tutte queste speculazioni che stiamo facendo.

Il fatto che la donna-tramite di Leopardi rimandi ad altro, non l’abbassa di importanza, anzi la rende ancora più importante e degna di lode.

Riportando questi discorsi alla parte pragmatica dal karate, il nocciolo della lezione è di curare in egual misura la pratica dei kata e delle loro applicazioni (bunkai).

Volendo estendere ancora di più questo ragionamento alla vita di tutti i giorni, credo sia sufficiente citare il vecchio proverbio giapponese “Bun Bu Ryo Do” (i sentieri gemelli della penna e della spada), riconducibile al latino “mens sana in corpore sano”.

Il kata è una capsula del tempo (come scrive Patrick McCarthy), che permette la trasmissione del sapere di generazione in generazione. Praticare queste forme effimere di trasmissione del sapere ci fa sentire parte di un universo immenso, di una storia, di un grande gruppo di persone (provenienti da ogni angolo del pianeta) tutte accomunate da una cosa: Karate.

“La trasmissione del kata è una scrittura nello spazio, che si cancella appena appare. Come un suono appartiene all’istante della sua emissione, il gesto, dal canto suo, è legato allo spazio che fende e si chiude nel tempo. Per questo la scrittura del kata si cancella senza sosta, ma lascia ogni volta la sua impronta in corpi che vivono tempi sociali differenti. Di qui deriva l’evoluzione del kata nel tempo.” Kenji Tokitsu

Ovviamente prima il Karate si chiamava Toudi, ancora prima Quan Fa. Non attacchiamoci però a cavilli inutili come il nome. Il nome è solo frutto di una convenzione umana. La sostanza non dipende dal nome.

“Che cosa c’è in un nome? Quel che noi chiamiamo col nome di rosa, anche se lo chiamassimo d’un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.” William Shakespeare, Romeo and Juliet

Mentre eseguiamo un kata stiamo tenendo in mano un libro che è passato in mano ai più grandi maestri della nostra arte marziale, nomi del calibro di Sakugawa Kanga, Matsumura Sokon, Higaonna Kanryo, Norisato Nakaima e altri, arrivando fino a noi.

Forse qualche pagina è stata persa, forse qualche parola è stata cancellata, qualcuno lo avrà copiato male nel suo lavoro amanuense, ma resta pur sempre un documento unico nel suo genere. Proprio per questo dobbiamo maneggiare il kata come fosse un antico reperto, che riportiamo alla luce ogni volta che lo eseguiamo.

Non roviniamolo con tecniche insensate, ma cerchiamo di restauralo per poterlo studiare meglio (questo non ci vieta però di scrivere nuovi libri).

Non vi preoccupate, non ho finito. A presto con la seconda parte!

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Sulla Via del nebuloso Do.

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