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Verso il Kata e Oltre! (Parte 2)

Godetevi il viaggio

Bene, rieccoci qui. Continua la strada verso la comprensione del kata. Sarà davvero possibile dare una risposta? Se non avete ancora letto la prima parte, andate qui!

Possiamo anche vedere il kata come un viaggio. 4

L’esecuzione e la padronanza perfetta di un singolo kata richiede (si dice) tre anni di pratica costante.

Io dico che non basterebbe una vita.

La ricerca della perfezione attraverso il kata è un viaggio senza fine nel quale abbiamo la meta sempre in mente. Eppure sappiamo che quello è un traguardoirraggiungibile, troppi sono i fattori in gioco: il tempo a disposizione, l’età che avanza, eventuali problemi fisici, etc. 

Ma è davvero così importante raggiungere quella meta?

 

Certo, ma anche godersi il viaggio lo è. L’allenamento (viaggio) è anche più importante del raggiungimento della perfezione (meta irraggiungibile).

Come disse Hiroshi Shirai “La parte difficile non sta nel migliorare, ma nel mantenere il livello costante”.

Perciò se fare karate vi piace e vi diverte fatelo, perché altrimenti sarebbe una perdita di tempo. Avete una sola vita a disposizione per fare ciò che vi piace, non sprecatela.

Riagganciandomi all’introduzione, non sempre il kata viene però insegnato prima dell’applicazione.

Come ci dice Patrick McCarthy, il kata è un meccanismo mnemonico classico attraverso cui culminano, vengono preservati e trasmessi i principi del combattimento appresi in precedenza. È interessante confrontare questi due schemi di apprendimento diametralmente opposti. Prima dell’avvento del Karate moderno con Itotsu Anko e Funakoshi Gichin, agli allievi (solitamente non più di una decina) erano insegnate prima le combinazioni di difesa a coppie (Futari-geiko) e successivamente il kata. In queste concatenazioni di tecniche il praticante ritrovava i principi studiati precedentemente.

493Un altro esempio? Bene, vi accontento. Come ci illustra qui Jesse Enkamp, il kata non è una semplice forma predefinita di movimenti motori, un modello “morto”, come un vaso che contiene acqua.

È una sorta di punizione, per te e i tuoi avversari, che colpisce il piano mentale, fisico, spirituale ed emotivo. Ogni volta che hai finito un kata ti senti in qualche modo punito.

Cos’è dunque un kata? Una forma di allenamento psico/fisico? Un metodo per mantenersi in salute? Una “capsula del tempo”? Un esercizio motorio prestabilito che si esegue nelle gare di Karate?

Se uniamo tutti questi frammenti (e altri), forse otterremo la risposta “definitiva”. Non è detto però che questa risposta non possa variare nel tempo. Magari è già cambiata, nei secoli passati, sta mutando ora che state leggendo, si modificherà in un prossimo futuro…

Cambiamento positivo o negativo?

“Ai posteri l’ardua sentenza” Alessandro Manzoni

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