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Consigli pratici per il kata

Kata: consigli pratici

Tipica pratica di molte discipline marziali è la forma, nel karate essa prende il nome di: kata.

Ma cosa è propriamente un kata?

kaaaataUn kata si può considerare come un prezioso quaderno degliappunti dove gli antichi Maestri hanno scritto col corpo le loro annotazioni. Nei kata si nasconde il patrimonio del karate, un immenso tesoro, una terra sconosciuta che aspetta solo infaticabili avventurieri che la esplorino! Qui sotto vi elencherò alcuni consigli per aiutarvi in questa impresa emozionante di ricerca e scoperta!

1. Gli avversari non ci sono.

Usanza comune di molti praticanti è credere che il kata sia un combattimento immaginario contro più avversari, beh mi spiace contraddirli ma così non è. In un kata vengono raccolte le strategie di combattimento e/o di miglioramento fisico e mentale pensate da uno o più Maestri. Nei kata
i movimenti nelle varie angolazioni non rappresentano più avversari ma (tralasciando gli esoterismi legati ai simboli che si tracciano a terra durante l’esecuzione di un kata) essi suggeriscono tecniche a sé sempre contro un solo avversario.

Ovviamente nessuno ci vieta di pensare alcuni movimenti come fossero applicazioni contro più aggressori e ancora nulla ci vieta di calarci, durante l’esecuzione di un kata, nella mentalità del “molti contro uno”. Difatti questa mentalità sviluppa un ottimo shin (inteso come spirito combattivo) e può essere un progresso, un pezzo in più; è importante però conoscere il significato originario di un kata, aggiungere tasselli personali va bene quando si hanno decenni di pratica alle spalle, ma non bisogna stravolgere il senso per non rischiare di perdere quei preziosi consigli che gli antenati hanno voluto tramandarci.

2. Dietro il gesto.

Nel kata le tecniche marziali sono stilizzate, quindi non vanno applicate in combattimento così come appaiono; gli appunti sono appunti, l’opera finale è altra cosa!

Perciò tenete conto che durante l’applicazione alcune cose possono trasformarsi pur mantenendo intatto il senso del suggerimento gestualePossiamo considerare le tecniche dei kata alla stregua dei piani ideali che usano teorizzare i fisici (non vi spaventate!). Nei piani ideali non c’è attrito e quindi alcuni calcoli diventano più semplici per alcuni fini che i fisici vogliono raggiungere, ma sanno che quei calcoli non rappresentano la realtà nella maniera più accurata possibile! I gesti del kata possono considerarsi come “gesti ideali”, come gesti senza “attrito”, e da chi viene rappresentata questa resistenza? Ovviamente dal nostro avversario! Dunque teniamo in considerazione che in combattimento (che rappresenta la nostra realtà), le cose cambiano.

3. Dove cercare.

Tendenzialmente l’uomo non sa osservare il cambiamento: vede il seme, la pianta e poi l’albero. Le cose magicamente di botto sembrano stravolte e ciò che ricordava non è più come lo ricordava, così i semi diventano alberi e i bambini si trasformano in adulti. Dobbiamo affinare la nostra osservazione.

L’esecuzione di una tecnica è fatta da molteplici movimenti ma di solito noi ci accorgiamo dell’inizio e della fine, i più attenti anche della fase di caricamento. Potrei azzardare e sentirmi al sicuro nel dire che in sostanza il karate si trova tra l’inizio e la fine di un gesto, almeno la sua parte profonda dimora lì. Nella fase di caricamento di ogni tecnica v’è nascosta un’applicazione, facciamo un esempio: il gedan barai. Avete presente? Una delle prime (se non la prima a volte) tecniche insegnate ai bambini e ad ogni cintura bianca di qualsiasi età. Ecco, pensate al caricamento, al braccio che prima di arrivare nella classica posizione di questa tecnica “di base” si piega puntando il gomito in direzione frontale… Bene, se cambiate la distanza di esecuzione, se vi avvicinate all’avversario, essa diventa una gomitata vera e propria! Ma non è certo finita… Continuate il gesto a distanza ravvicinata, cosa accade? Che la posizione finale non rappresenta più la classica e dannosa parata contro un calcio frontale, ma piuttosto un più efficace pugno ai genitali! Non è meraviglioso come uno stesso gesto abbia più funzioni? Questo “riciclo” dei gesti è forse il miglior metodo didattico mai scoperto!

Comunque noi in questo esempio abbiamo notato solo quel che concerne un braccio, ma il gedan barai si esegue caricando con entrambe le braccia! Quindi, di cosa si occupa nel frattempo l’altro braccio? beh è ora che ci pensiate voi, non vi pare? Divertitevi a cercare un possibile uso è testatelo!

Ah, anche le fasi di caricamento si possono “spezzettare” e studiare, ma qui entriamo davvero nel sottile, roba da veri argonauti del karate!

4. Oggetti non collezionabili.

kata consigli pratici yoko geriL’usanza sportiva è quella di collezionare i kata manco fossero francobolli, per poi esibirli in competizioni che premiano solo la superficie del kata: la precisione stilistica/estetica. Ciò è dannoso in quanto ci si ritroverà con tantissimi kata nel proprio repertorio senza saperne i significati nascosti di nessuno e, pur sapendoli teoricamente, non si ha il tempo materiale per padroneggiarli tutti. Un singolo gesto per essere assimilato fino alla parte istintiva del sé necessita di migliaia (non scherzo) di ripetizioni; un kata è composto da un discreto numero di movimenti, ogni movimento ha varie chiavi di lettura, ogni movimento è fatto da movimenti più piccoli che hanno a loro volta varie chiavi di lettura… Come si può pretendere di conoscere a fondo tanti kata? Una vita non basta!

Quindi è consigliabile approfondire solo pochi kata, ma quali?

Io vi dico di seguire la passione, è solo essa la benzina per la ricerca! Iniziate da un kata che amate e scomponetelo e ricomponetelo, studiatelo e mettetelo alla prova in varie circostanze, lo troverete sempre più nuovo!

Oppure potete pensare alle vostre mancanze in combattimento e iniziare a studiare dei kata che colmino queste mancanze! Se ad esempio sono carente nella distanza ravvicinata, lo studio dei Tekki può tornarmi estremamente utile! Insomma, mettetevi da bravi osservatori ad osservarvi, lavorate su voi stessi!

5. Saper distinguere.

Occorre allenare l’occhio e renderlo affilato come la lama di un katana, dobbiamo essere in grado di distinguere i differenti messaggi dei differenti kata. Se pensiamo al kata Sanchin come ad una forma utile per imparare delle strategie di combattimento… Stiamo perdendo tempo! Sebbene ci siano delle valenze tecniche in questo kata esse sono molto più limitate rispetto ad i già citati Tekki ad esempio; probabilmente invece vuole suggerirci un’altra cosa! In effetti il Sanchin non è una forma molto utile per l’aspetto puramente tecnico, ma è un kata che mira a perfezionare l’uso della respirazione e il principio delradicamento; basta notare l’enfasi nella respirazione, l’uso della particolare posizione dei piedi e lo scarso bagaglio gestuale.

Tornando ai Tekki, pensiamo al primo, al Tekki Shodan. Esso contiene molti movimenti corti che suggeriscono il combattimento corpo a corpo, esso infatti contiene molte leve articolariE ancora, notate che è un kata simmetrico? Un chiaro incitamento al saper eseguire le tecniche di combattimento indipendentemente dalla guardia implicata nell’azione! Infine, notate come nello stile Shotokan di karate esso assume una posizione decisamente bassa? Un buon metodo per allenare la tecnica e al tempo stesso rinforzare i muscoli delle gambe!

E che ne dite dei kata che ripetono uno stesso gesto più volte, quasi fosse unleitmotiv? In alcuni kata c’è sempre un qualcosa che ritorna, che si ripresenta, che fa la sua comparsa caratteristica. Pensiamo ad un Gankaku, il nome stesso (la gru sulla roccia) ci esorta ad osservare quella posizione peculiare su una gamba sola, così bizzarra… A cosa servirà? Un suggerimento: uno dei suoi utilizzi risiede in un aspetto molto trascurato nel karate… la lotta a terra!

6. I kiai.

Notiamo che in tutti i kata (salvo rare eccezioni) fanno la loro comparsa, in momenti specifici, delle urla. Esse vengono definite superficialmente kiai; dico poiché kiai non vuol dire assolutamente ‘urlo’. Il Kiai è più un atteggiamento mentale, esso si traduce con armonia (ai) dello spirito (ki); uno spirito armonioso è uno spirito in piena consapevolezza del presente, in piena unione tra gesto corporeo e mente. Bisognerebbe usare il kiai in ogni tecnica!

Alcune volte, questo completo calarsi nel movimento, questa determinazione, questo abbraccio col tutto si manifesta in un suono vocale che non parte dalla gola, ma fin dalle viscere! Esso è una valvola di sfogo, un momento culminante, l’apice del sé che riporta lo spirito dal suo crescente vertiginoso eccitamento alla fermezza del combattente. Questo “urlo”, inoltre, viene usato anche come metodo per ristabilire un corretto ciclo respiratorio andato perduto.

7. Da soli.

Se conosciamo già i vari passaggi di un kata sarebbe saggio allenare quest’ultimo soprattutto quando si è soli. Il tempo è oro, si sa, per questo se ci si allena con dei compagni è molto più utile praticare il bunkai. Con questo termine ci si riferisce alle applicazioni reali che sono dietro alla forma. È uno spreco di tempo l’allenarsi a ripetere dei gesti formali quando si hanno dei compagni con cui testare il significato di quei gesti.

yoko tobi geriRicordiamo ancora che i movimenti del kata rappresentano degli appunti; ripetere in gruppo questi appunti significa affinare l’estetica del kata, significa aggiustare un po’ il proprio quaderno delle annotazioni, non significa allenarsi alla comprensione di quegli abbozzi! Perciò possiamo tranquillamente mettere ordine alle note quando stiamo da soli, in gruppo diventa molto più utile impegnarsi a capire e soprattutto a praticare le tecniche effettive, quelle che, in uno spiacevole scontro reale, ti salvano!

8. Stesso risultato, ma non sempre.

Non dobbiamo stupirci se nella nostra ricerca a volte notiamo che due diversi movimenti vogliano comunicarci lo stesso metodo applicativo. Per ricordarci di fare la spesa possiamo scrivere su un foglio il nome di una cosa che devo comprare, non importa siano carote o pasta, il senso è quello di fare la spesa; perciò in un kata due gesti diversi possono suggerire lo stesso principio, ciò accade anche tra kata differenti e di differenti stili messi a confronto.

È importante però non dare per scontato che tutti i movimenti simili siano tra loro accomunati dalla stessa tipologia di applicazione, a volte il ruotare di qualche centimetro un braccio, l’alzare leggermente una spalla, l’aprire una mano rappresentano tecniche completamente diverse per tipologia e modo di esecuzione!

Infine, altre volte può accadere che due movimenti stilisticamente molto diversi risultino avere in fondo lo stesso suggerimento intrinseco, ciò succede in quanto per differenziarsi gli stili cercano di fare proprio un kata. Bisogna tenere a mente che ciò può portare all’estinzione del significato originario di un gesto; come ho detto prima non importa cosa scrivo per ricordarmi di una cosa, ma se scrivo ‘elicottero’ su un foglio, difficilmente mi aiuterà a ricordare di andare a fare la spesa.

9. L’ultima tecnica.

Osservando l’esecuzione di un kata possiamo renderci conto che a volte ci sono delle lunghe pause, ciò è particolarmente vero per quanto riguarda l’ultima tecnica. Questa pausa, quando non è vessillo di un pathos da gara poco giustificabile, rappresenta un’atteggiamento mentale estremamente utile, atteggiamento che prende il nome di: zanshin.

Cosa è lo zanshin? Lo zanshin è l’attitudine a non considerare uno scontro finito fin quando non è realmente finito. Non è inusuale che, in una aggressione reale e senza regole, qualche compagno dell’aggressore, mescolatosi come un infido camaleonte ad un gruppo di curiosi, si scagli a sorpresa contro chi era riuscito nel suo intento di difendersi ma aveva creduto prematuramente che lo scontro fosse finito.

La pausa dell’ultima tecnica tende a sottolineare questo aspetto, tende a orientare tutti i propri sensi in tutte le direzioni allo stesso momento, per assicurarsi che davvero sia tutto finito. Trascurare questo principio può costarci molto caro, troppo caro a volte.

Concludendo. Spero che questi consigli vi siano tornati utili in qualche modo a comprendere il valore ed il ruolo del kata nel karate (e in generale delle forme nelle arti marziali). Ora, non resta che ricercare e praticare!

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