Home / Riflessioni / Nati per combattere

Nati per combattere

Istinto, ragione e dimensione del combattimento

Feto arti marziali nato per combatterePerché l’uomo combatte ? Parto diritto, senza affanno verso la fatidica domanda. Una domanda non da poco visto le infinite visioni a riguardo, e vi assicuro che ho una grande difficoltà ad esprimermi a parole, preannunciandovi che la cosa sarà lunga e forse noiosa per i più. Ma prima o poi dovremmo porci  nella vita questo quesito, TUTTI.

Nessuno escluso, perché la lotta non è solo quella delle arti marziali.

Non appartiene solo al regno animale, dove il predatore tenta di far soccombere la preda, e quest’ultima cercherà invece con ogni mezzo di evitare la morte. Non appartiene ai grandi broker dell’economia finanziaria, che sfruttano i ribassi di prezzo per un lucro a discapito di un’economia reale diventando lupi per gli altri uomini. Non appartiene al genitore che sgrida il figlio perché non segue i suoi precetti, per imporsi con austerità.

Lottare non appartiene a nessuno. La lotta è di tutti.

Anche il titolo è inesatto, perché lottiamo già per raggiungere l’utero, per poter svilupparci con successo all’interno dell’utero, per poter respirare una volta usciti, è la vita stessa che ci chiama a combattere.

Fin dai tempi più remoti gli uomini hanno sempre combattuto. Combattono in nome degli dei, combattono in nome della giustizia, spargendo fiumi di sangue.

La storia è stata forgiata con il sangue. Se ci guardiamo indietro è una storia scritta dai vincitori. Con le guerre l’uomo si è “evoluto” ulteriormente. Se prima l’evoluzione comprendeva il concetto di cambiare il proprio corpo in funzione di una necessità ambientale, l’uomo ha deciso di far evolvere il concetto stesso di evoluzione: passando a cambiare quegli agglomerati divisi di uomini )in quelle che lui chiama “società” o “civilità”) percorrendo il progresso tecnologico in una corsa alla supremazia. 

In questa assurda corsa, l’uomo si ingegna per distruggere il prossimo. Quando non c’è guerra, le invenzioni belliche rivelano altri utilizzi (a questo punto secondari) in tempo di pace. Nel frattempo quindi l’uomo ottiene distruggendosi dei vantaggi. E’ un sacrificio sadico che però gli garantisce paradossalmente la sopravvivenza.

Cosa li spinge a tanto ? E’ forse un Dio a chiedergli tutto questo ? Oppure la semplice brama di sangue, vessillo scarlatto di effimera gloria ?

Negli stessi tempi di pace, l’uomo non è quieto. Porta gli schemi di guerra nella vita quotidiana e li imita alla perfezione. Nasce lo scontro genitore-figlio, alunno-professore, datore di lavoro-stipendiato, cittadino-istituzione, ricco-povero. Si genera dunque un sottosistema di lotte non visibili che non hanno altro scopo di preservare la specie. Ricordate ? Solo il più forte sopravvive e sa adattarsi. Piccoli traguardi quotidiani per una selezione naturale non più proveniente dagli schemi della natura.

La stessa crisi che stiamo vivendo non è una perdita di controllo, ma un meccanismo ben oliato che fa parte del “gioco”. Se l’economia non prevede crisi, tutti prima o poi sono posti sullo stesso piano, e ciò va in contrasto con il principio appena citato della selezione e del preservare il proprio vantaggio e quindi di una ulteriore evoluzione, così come un’industria farmaceutica non è interessata a far ricerca nella cura di una malattia che gli frutta miliardi di euro di fatturato (la crisi garantisce la sopravvivenza del forte !).

homo homini lupusViene richiamato a noi un concetto intrinseco della lotta. Senza diversità non vi è scontro. Senza opposti non c’è antagonismo. Lo Yin e lo Yang: non posso lottare se il mio avversario non esiste. Ma in questo modo stiamo superficialmente e banalmente parlando di lotta fra opposti, due entità anatemiche fra loro.

Ciò che spinge a lottare per una causa o un’ideale, qualunque esso sia, si trova nell’atto stesso del combattere. Da quando è nata la vita sulla terra si è sviluppato un “gene”, un gene che l’ha accompagnata a sopravvivere e quindi ad evolversi: il gene del combattimento.

La nostra è nata come una lotta per la nostra stessa vita. La vita è tale proprio perché si autopreserva, inglomerando e sacrificando altra vita. Ciò lo abbiamo fissato nel nostro corpo nel corso dei millenni e prende il nome di istinto di sopravvivenza. Sfido chiunque a non alzare le mani per pararsi il viso per non finire sul cruscotto se dovesse capitare un incidente stradale.

In un solo attimo abbandoniamo ogni ragione costruita e seguiamo quella voce guida che ci porta a LOTTARE per rimanere in vita.

Questo combattimento è stranamente la base dell’altruismo, ma che come abbiamo già visto è basato sull’egoismo. L’uomo scambia favori per ricerverne a sua volta, tanto è vero che chiedere scusa in alcune lingue si dice “sono obbligato”. Per rispondere ai favori altrui ci si trova necessariamente nella posizione di acquisire risorse e di rendere il favore.

Ma le risorse sono scarse e tutti concorrono per ciò che è di per sé limitato. Avete già capito dove porta questo meccanismo: proprietà, guerra, oligarchie palesi e non palesi, posizioni di predominanza sociale, sacrifici.

Scontri, scontri, scontri continui. Ma attenzione nessun pessimismo, è la realtà dei fatti, basta che usciate di casa per capirlo, anzi forse vi starò dicendo il palese.

Facciamo un passo indietro. Quello che vi ho detto è ciò che abbiamo sempre sentito, imparato a scuola nella storia, visto ogni giorno al tg nella cronaca nera, il quotidiano insomma.

L’esteriorità. Mentre noi dobbiamo convergere verso l’interno per cercare una risposta.

C’è qualcosa al nostro interno al di la dei geni e della psicologia che il meccanismo di distruzione porta alla paradossale creazione, che è alla base di questa lotta. Siamo noi stessi. Mi spiego meglio:

Una parte di noi DEVE necessariamente mettere in moto un ingranaggio che oramai funziona in modo automatico. Gli risparmia la fatica di pensare ulteriormente, ci protegge dai “pericoli della società” e si autoalimenta in modo continuo a nostra insaputa. Ciò di cui sto parlando è ciò che io chiamo Ego.

{youtube}s1dSyc9q4eU{/youtube}

Tutti sentiamo il bisogno di risultare migliori degli altri, più intelligenti, belli, forti, di eccellere in qualcosa, a tutti piacciono gli elogi. Cerchiamo una continua approvazione, diventando una droga di cui andiamo ghiotti e non ne abbiamo intenzione di smettere di assumerne.

Se ridicolizziamo il prossimo, ci sentiamo meglio soprattutto se lo avevano fatto prima con noi, ma sapete, non è del tutto colpa nostra, è il nostro ego che dall’interno ci pilota e fa di tutto per risultare un gradino più in sù dell’altro. In questo modo si creano queste piccole lotte che fanno emergere solo l’ego che ha saputo sfruttare le debolezze dell’altro, anzi… degli altri ego. Una lotta fra ego dunque.

Invidiamo chi ha la battuta sempre pronta, odiamo noi stessi quando non sappiamo rispondere a un’offesa rimanendo in silenzio. Lo invidiamo perché mette tutti K.O. e lui rimane in piedi.

L’ego è il vostro miglior amico/peggior nemico. Conosce tutto di voi e farà in modo che nessun altro si metta fra voi due, per farvi fare i vostri comodi, e per far tutto ciò ha bisogno di un nascondiglio (il vostro dolore) e ha bisogno di distrarvi per non pensare nemmeno che esista. Così facendo intraprende le guerre col prossimo per causare ulteriore dolore dove poter proliferare, il dolore genera dolore e tornando ai paradossi, aiuta anche gli ego altrui, parassitando al meglio.

samurai affronta se stesso

Le grandi guerre fra uomini non sono altro che l’evoluzione portata al massimo degli scontri fra ideologie impregnate fino al midollo di puro ego.

Ma le arti marziali in tutto questo discorso controverso che cavolo c’entrano ? Le arti marziali hanno fra i suoi scopi la dissoluzione dell’ego. E lo fa sempre muovendosi lungo il paradosso: lottare per smettere di lottare. Una controversione dei valori: diventare forte per cercare la debolezza evitando gli scontri e per non prevalere sul prossimo, lo studio della tecnica fisica per forgiare quella mentale e aiutare l’autoconsapevolezza. Sfiorare il morire per capire il senso stesso della vita, attraverso dolorosi allenamenti e pericolosi combattimenti per prepararsi all’improbabile.

La cosa vale sia per il Jutsu che per il Do, sono due facce della stessa medaglia e a lungo andare i praticanti di entrambe le vie raggiungono questa consapevolezza.

Molti che hanno tentato di controvertire i valori dell’Ego nella storia hanno fatto una brutta fine passando semplicemente per pacifisti: Giordano Bruno, Gandhi, Martin Luther King … etc etc… L’ego si autopreserva e balla su dolore e scontro per sopravvivere e portarci con sé.

Abbiamo richiamato per il momento la parte istintuale che è una molla che scatta al minimo fiuto del pericolo, la parte cognitiva conscia e inconscia che è rappresentata dall’Io e dall’Ego, che in parte spiega la maggior parte dei conflitti familiari, sociali e globali.

L’arte marziale deve tendere ad abbracciare ciò che eravamo un tempo però alla luce di ciò che siamo ora, non negando nessuna delle due cose. Parlando quindi ora di un armonia degli opposti, uno Yin e Yang costruttivo, non come quello citato prima. Nell’istinto ci stringiamo e ci aggrappiamo al desiderio di vita alla luce della morte, e nella consapevolezza, abbandoniamo i costrutti mentali per raggiungere uno stato di cuiete senza essere pilotati.

Cosa c’attende in vetta ? Perché cercare di diventare più forti ? Se diventiamo più forti, se riusciamo a scavalcare il prossimo otterremo i “premi dell’ego”: ricchezza, fama, potere. Se invece diventiamo forti in un altro senso, lottando per dissolvere l’ego, riscopriremo valori puri come la libertà, l’amore e una serena pace con se stessi, ma che al contempo saranno valori relativi (soggettivi) e solo un punto di partenza per ulteriori scoperte, non una meta. I primi si raggiungono con la spietatezza e con l’eliminazione di ogni avversario, ingegnandosi per togliere la concorrenza. I secondi invece sono un abbandono delle armi, lasciandole cadere a terra, per riscoprire che essere debole è la massima forza. Accettazione e compassione (cum patire, soffrire con l’altro) per sé e per gli altri.

Questo modo “spirituale” di vedere le arti marziali, avrà il suo riflesso nella tecnica, nel fisico e nella propria etica marziale.

Il discorso è ancora lungo (anzi infinito) e lascio a voi le prime considerazioni, ma ricordate: voi siete NATI PER COMBATTERE.

About Karatesen

Sulla Via del nebuloso Do.

Check Also

Internet da Arti Marziali

Speccietto per le allodole o opportunità ? Non possiamo negarlo, il mondo ha fame di ...

Lascia un commento