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L’appetito e la fame nell’arte marziale

Premetto, a prescindere dalla simpatica foto non è un articolo per cercar di conciliare tutti gli amanti della buona forchetta con gli artisti marziali, tutt’altro

karate mano taglia insalataIl mio ragionamento inizia con un po’ di storia spicciola. Per chi non lo sapesse la parola arte marziale ha una non trascurabile discendenza, infatti deriva dal dio della guerra romano Marte, quindi arte di guerra (vi prego di non scandalizzarvi con quest’ultimo termine, l’apparente ipocrisia dell’artista marziale è spiegata in un articolo precedente, questo si occupa d’altro).

Ciò che si capisce studiando un po’ di psicologia e di storia dell’umanità e che ogni cosa, buona o cattiva che sia, nasce da un bisogno, da una necessità. Per quanto incerta e avvolta dal mistero è di facile intuizione affermare che l’arte marziale sia nata principalmente da un bisogno bellico, non me ne vogliano i moralisti di ogni specie, vien prima la spada e in seguito fece la sua comparsa l’etica.

Dunque questo bisogno, necessario, è di facile paragone con la fame. In tempi più barbari la necessità di addestrare uomini alla guerra era impellente, nessun giorno era sicuro, si doveva preparare il proprio esercito al meglio se non si voleva morire per mano del vicino.

Mi auguro che non vi affrettate a giudicare con la morale del vostro tempo, le morali cambiano con la storia e seppur arretrate quelle morali vanno guardate con tenerezza, come gli anni dell’infanzia dell’umanità. Fortunatamente nessuno di noi ha mai provato fame nel senso più profondo del termine, solo appetito, ecco perché vi chiedo di astenervi da un giudizio prematuro, non vissuto.

Dunque, cosa sono tutti questi dojo, queste palestre, questi edifici dove si pratica l’arte marziale, se non piatti e portate di ogni sorta? L’arte di guerra, la cruda arte dell’uccidere il nemico nel minor sforzo e tempo possibile non trova più spazio (o almeno in minor parte rispetto epoche precedenti fortunatamente) nel nostro tempo, ed ecco che l’arte si snatura, diventa meno virile, diventa sport.

L’arte marziale in senso pratico di lotta mortale è più uno sfizio, un appetito, un qualcosa di utile ma non necessario, non dobbiamo prepararci per nessuna battaglia e allora ecco che l’arte di guerra si ritira in se stessa, il nemico è dentro di noi, inizia l’etica, l’abbattimento dell’ego e così via.

La fame che oggi ha l’essere umano è necessità di etica, bisogno di uno sguardo fermo nei confronti della vita, l’arte marziale si regge in piedi grazie a questo, diversamente sarebbe come si dice: “in più”. L’arte nel nostro tempo ha fame di un nuovo nemico nascosto al nostro interno dunque, giacché come suggerisce un mio amico filosofo: “in tempi di pace l’uomo guerriero si scaglia contro se stesso!”

 

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