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Considerazioni sugli stili interni ed esterni

Stili interni ed esterni

Chi non ha ancora sentito parlare di queste due classificazioni? È argomento trito e ritrito sul quale si sono esposti in merito espertissimi maestri come (altrettanto abili) “blablaologi”, insomma ognuno, proprio ognuno ha speso parole sul “duro” e sul “morbido” delle arti marziali.

ip man karateE perché deve mancare proprio la mia voce in mezzo a questo parapiglia generale? Cercherò dunque di esporre la mia personale visione di questi due concetti (forse meglio parlare di un solo concetto, ma ne parleremo più avanti).
Come intuiamo facilmente “esterno” vuole indicare la durezza, la contrazione, la solidità eccetera; non ci vuole molto da qui a dedurre che “interno” sta per morbidezza, decontrazione, mobilità eccetera.
Si tende a mettere tra le arti “esterne”, che fanno uso di forza fisica esplicita: karate, muay thai, boxe occidentale, viet vo dao, sanda e chi più ne ha più ne metta.

La controparte, dunque tutti quegli stili che usano movimenti più morbidi ed energetici (inteso come sensazioni corporee interne e non prettamente muscolari), sarà composta da: tai chi chuan, jujutsu, xing yi quan, ba gua zhang e chi più ne ha più ne rimetta.

Durezza e morbidezza vengono identificati rispettivamente (usando la terminologia giapponese) da “go” e “ju”, dunque da qui possiamo estendere il concetto identificando con gli stessi termini l’esterno e l’interno (di qui in avanti spesso userò la terminologia appena citata).

Dunque abbiamo visto come il “go” e il “ju” (che qualcuno a questo punto avrà associato anche a “yang” e “yin”) vengono utilizzati nel mondo marziale per collocare gli stili di combattimento in degli schemi.
Beh io credo che questo sia l’ennesimo tentativo dell’uomo di voler controllare ciò che non può facendosi con ciò un grosso danno; oltre a fare delle classificazioni (a mio avviso) prive di senso, con questo metodo, si cristallizza la mente su un determinato modo (dunque statico) di vedere le arti marziali.

E così il praticante di muay thai (un esempio) sarà quasi in imbarazzo se più o meno inconsciamente in una sessione di sparring userà la forza d’impeto dell’avversario per reindirizzargliela contro, sentirà quasi di aver barato perché il suo è uno stile tibia a tibia, uno stile che spacca, dove vince il più duro!

Ogni mente razionale capirà che sono sciocchezze, però queste considerazioni (psicologicamente indotte) derivano da queste squallide classificazioni!

Per par condicio un praticante di judo (un altro esempio) sentirà di venir meno al “ju” se per scuotere l’avversario in una determinata circostanza è stato costretto ad usare la forza fisica.
Esaminiamo adesso una tecnica che normalmente il pensiero comune considera “go”: il “semplice” pugno del karate (tsuki).

Converrete con me che se una tecnica è “go” non potrà essere “ju”, se è dura non potrà essere morbida, se è “esterna” infine non potrà essere “interna”.

Niente di più SBAGLIATO!

Mettiamo il caso che si vuole sferrare il nostro tsuki calandolo nel “go” più totale: ogni nostra parte del corpo sarà contratta al massimo prima che il pugno parta, ogni muscolo antagonista al movimento del pugno fungerà da freno, disperderemo le forze in tutte le direzioni, saremo perfettamente statici e non tireremo più un bel niente.

Alla luce di ciò si può comprendere che lo tsuki del karate non è del tutto “go”; e se per assurdo, contro ogni ragione, fosse totalmente “ju”?

Vediamo: il corpo sarà estremamente rilassato, molto blando, morb…. Zzz Zzz… ehm scusate dicevo sostanzialmente che saremo delle mozzarelle che a stento stanno in piedi, anzi, senza muscoli in piedi non ci stiamo di sicuro e non tireremo più un bel niente.

salto katanaDunque lo tsuki del karate in che razza di categoria lo mettiamo? Mmmm la trama si infittisce…
Musashi diceva: “la mente deve essere rilassata ma vigile, il corpo sciolto ma scattante”.

Si lo so può apparire banale ma tant’è…

Vediamola così, riprendiamo lo tsuki del karate: il corpo sarà rilassato e pesante senza per questo rinunciare alla mobilità che sarà agevolata dal leggero stato di tensione muscolare necessario per tenerci in piedi e strutturalmente corretti, la pesantezza ci farà ancorare al terreno traendo la forza di base per il nostro colpo, la respirazione addominale agevolerà il fluire delle energie interne e il senso di calma necessario a non incorrere in contrazioni non necessarie che ridurrebbero la velocità (e dunque l’efficacia) del nostro colpo, la mente sarà sveglia ma non eccitata, lasceremo partire il colpo dalle radici e dunque dai nostri piedi, accumuleremo la forza presa dalla Terra nel tanden (punto localizzato approssimativamente tre dita sotto l’ombelico e a metà strada tra la colonna vertebrale e la pancia)…

Ecco questo può essere benissimo la base per ogni nostra azione, non solo il pugno del karate, ma andiamo avanti…
Dal tanden veicoleremo la forza (sfatando dunque il mito che la forza derivi da lì e capendo invece che da lì possiamo solo indirizzarla, dirigerla. La falsa idea che la forza sia situata lì deriva dal fatto che poggiamo sempre i piedi a terra avendo di conseguenza il tanden sempre “pieno”), tramite un uso adeguato della zona del bacino, all’arto che ci interessa (in questo caso il braccio), stenderemo rapidamente il braccio che non sarà ostacolato dai muscoli antagonisti poiché rilassati, porteremo il colpo al bersaglio lasciando contrarre solo i muscoli necessari a sostenere l’intera struttura.

Abbiamo capito credo abbastanza chiaramente come il pugno del karate non sia né “go” né “ju” e nemmeno una loro alternanza, bensì la loro perfetta fusione, dando origine a quello stato psicofisico necessario al raggiungimento dell’obiettivo marziale, l’abbattimento dell’avversario.

Possiamo dedurre di conseguenza quanto ogni colpo che ci hanno per anni costretto a vedere come “interno” o “esterno” sia in realtà la loro intelligente coesistenza in un unico gesto.

È irragionevole allenare spasmodicamente la muscolatura e affidarsi all’uso della forza bruta per battere il nemico, potremmo ottenere buoni risultati, ma non staremmo usando noi stessi nel pieno delle nostre risorse.

Allo stesso modo è fuori dalla ragione ostinarsi a ricercare solo sensazioni corporee ed energetiche senza dare il sostegno necessario a queste forze per esprimersi tramite la muscolatura, nella speranza di abbattere chiunque solo con una presunta forza spirituale.

Il corpo marziale ha bisogno di essere allenato nel corpo e nello spirito, all’esterno e all’interno, nel “go” e nel “ju”, ha bisogno (qualsiasi stile si pratichi) di canalizzare le energie interne verso la superficie esterna e di reggere dall’esterno ciò che si trova all’interno…

…le due cose sono INSCINDIBILI! Perciò ora sapete come rispondere ai prossimi che sostengono (e magari vantano) una delle due fazioni.

Piccola curiosità – prendiamo in esame un individuo: la sua stupidità sarà direttamente proporzionale a quanto vanta e difende il lato “go”, la sua codardia sarà direttamente proporzionale a quanto vanta e difende il lato “ju”.

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