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Apparente ipocrisia dell’artista marziale Parte 1

Non scambiateci per qualcun’altro.

personalità ipocrisia arti marzialiIl mondo di chi pratica arti marziali è soggetto a innumerevoli pregiudizi e fraintendimenti, in troppi pur la loro vistosa mancanza di esperienza in questo campo si arrogano il diritto di giudicare negativamente (spesso con eccessiva severità) chi “si allena per fare a botte”, già poiché questo è solo uno degli insani appellativi con i quali vengono etichettati questi ancor misteriosi praticanti di arti orientali votate alla “guerra”.
Gli apici che racchiudono la parola “guerra” non sono un errore di battitura, prima di iniziare a spiegarne le ragioni è doverosa una breve parentesi.

Il termine ‘marziale’ deriva dal dio della guerra romano Marte (Ares per i greci), dunque l’arte marziale è l’arte di fare la guerra. Certo, detto così passa la voglia ad un genitore di mandare il proprio figlio da un Maestro per farlo diventare una macchina da combattimento;
e se vi dicessi che si impara a fare la guerra per non doverla fare? Da qui nasce il titolo di questo articolo. Apparentemente potrebbe sembrare una contraddizione, uno squallido tentativo di difendere il proprio partito, un arrampicarsi e districarsi tra i vocaboli cercando quelli migliori per tentar di portare dalla mia parte chi la pensa diversamente, ebbene se mi si darà l’occasione di esser letto vi spiegherò la semplice logica che c’è nell’imparare l’arte marziale per la pace.

Yamamoto Tsunetomo sosteneva: « appena una persona possiede un po’ di conoscenza si dà arie da sapiente: è una questione di inesperienza. Quando qualcuno sa veramente, non lo fa notare: un individuo simile è ben educato. »

Il Maestro Ittei diceva ancora: « per fare il bene, in poche parole, occorre sopportare la sofferenza. »

Vi lascio con questi significativi aforismi prima di chiarire i reali obiettivi di un’arte marziale… (clicca qui per la continuazione)

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