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Un’ipocrisia moderna

Non sempre è l’artista a fare la differenza

Premetto che è fuori da ogni mia intenzione innescare una sterile polemica degna dei più assurdi talkshow, il mio intento è solo quello di essere il più oggettivo possibile su un argomento tabù sviluppatosi in tempi moderni: “ogni arte va rispettata a prescindere e l’efficacia marziale dipende solo ed esclusivamente da chi la pratica”.

efficacia shuto ukeLe ragioni per la quale la definisco un’ipocrisia moderna sono dovute ai fatti documentati di artisti marziali di ogni genere che nel passato si sono sempre confrontati (spesso rimettendoci la pelle) per il predominio di una scuola o di un presunto stile.
Basti ricordare che molti maestri di Okinawa praticavano i dojo arashi (scontro tra scuole) e/o fomentavano liti addentrandosi in luoghi pericolosi dell’epoca (osterie, quartieri a luci rosse, vicoli) per testare la loro capacità marziale (andando contro ogni qualsivoglia principio etico che poi andavano raccontando), oppure andando ancor più verso il passato abbiamo gli shugyosha (errabondi spadaccini avventurieri che vivevano sfidando chiunque per accrescere la fama del loro stile di combattimento), e ancora c’è in un passato recente il notissimo Bruce Lee che veniva sfidato di tanto in tanto da qualcuno che voleva fargli crollare la sua credibilità marziale (e gli esempi potrebbero andare avanti per molto).

Ora, oggettivamente, questo modo di comportarsi è anacronistico, non trova più spazio nei tempi moderni, non mi soffermo sul giusto e sullo sbagliato di quegli usi, semplicemente erano altri tempi.

Ma quali sono i nostri tempi?

La società di oggi ci ha abituato ad una realtà distorta dalla tv, dai giornali, dagli insegnanti e dai genitori (più o meno consciamente), dalla politica, dalle religioni eccetera. Questa realtà distorta ha portato ogni continente, nazione, paese, individuo all’abitudine dell’irrazionalità come norma, tutto ciò comporta (ed ha comportato in passato) fondamentalismi più o meno catastrofici.

Però non bisogna fare di tutta l’erba un fascio e obiettivamente ci sono appartenenti al mondo della tv, dei giornali, degli insegnanti e dei genitori, delle religioni che sono più aperti ai discorsi costruttivi (perdonatemi ma, sebbene vi posso fare un esempio per ogni categoria appena citata, faccio fatica a trovarlo nella politica del nostro “Bel Paese”).

Già, questi rari sono più aperti al confronto, ma in che modo?

C’è sempre e costantemente il sottile timore di dire la propria con schiettezza, c’è sempre un continuo preoccuparsi di andar tutti d’accordo, c’è sempre l’accortezza di ritrattare non quando si riconosce l’errore ma quando il prossimo alza la voce, c’è sempre l’obbligo morale di evidenziare le uguaglianze e di gettare fango sulle diversità, c’è sempre la paura di considerarsi inferiori o superiori in tutta onestà (e soprattutto esternarlo agli altri), c’è sempre, c’è sempre…

Insomma si è creata una condizione sociale di “pseudopace” dovuta al continuo timore di affermare chiaramente i propri pensieri in modo da non urtare nessuno, insomma una pace da gregge, non una pace da branco.

E, scoprendo l’acqua calda, l’arte rispecchia il suo tempo e le influenze del gregge si fanno sentire anche nel nostro caro mondo delle arti marziali.

Fin troppo spesso sosteniamo false affermazioni del tipo: “la differenza la fa solo l’artista marziale”.

avversario scacchi mma jujutsu

Sebbene sia io stesso tentato di cullarmi in questa bella affermazione per il modo in cui suona elegante e democratica devo riconoscere che le cose non stanno proprio così, basterebbe togliere quel “solo” e sostituirlo con “anche” per dare credibilità al pensiero.

Bisogna capire che la verità non è una democrazia, possono anche diecimila persone sostenere e spacciare per mille anni come verità indiscutibile che due più due fa cinque e uno solo dire che invece il risultato dell’addizione presa in esame corrisponda a quattro eppure la verità non cambierebbe, uno avrebbe ragione e diecimila torto per mille anni.
Dunque non ci resta che ragionare in maniera obiettiva e quanto più razionale possibile.

Io sostengo la frase: “la differenza la fa sia l’arte che l’artista”.

Ebbene si, per me ci sono arti superiori, e non lo dico per questioni di pubblicità o marketing ma per pura giustizia nei confronti della ragione.

Prendiamo due arti sportive quali il muay thai e la boxe.

A livello di esame delle varie gestualità ci accorgiamo da subito quanto il muay thai sia più completo. Nella boxe compaiono: jab, diretti, ganci e montanti; nella muay thai oltre a tutti i colpi citati nella boxe fanno parte: colpi di avanbraccio, di gomito, di ginocchio, di piede, di tibia e il clinch.

Alla luce di questi dati oggettivi ci rendiamo conto che come arte sportiva è più completa (dunque superiore) il muay thai rispetto alla boxe, ciò ovviamente non esclude che un pugile non possa avere ragione del thai boxer contando su una maggiore esperienza e padronanza della situazionalità del combattimento (per questo dipende “anche” e non “solo” dall’artista).

Ci tengo a precisare che gli obiettivi delle discipline devono essere comuni o i paragoni non hanno senso. È irragionevole mettere a confronto il “karate point” e il muay thai sul piano dell’efficacia nel buttar giù l’avversario proprio perché questo obiettivo se lo pone solo il thai boxer; continuando con l’ovvio, è come giudicare un uccello e un pesce entrambi sul piano della loro abilità di nuoto, la mia riflessione si dunque si basa sulla stessa specie (se vogliamo definirla così).

Eccoci giunti al prossimo gradino, consideriamo il muay thai e le tanto in voga MMA (mixed martial arts), ci rendiamo palesemente conto della superiorità delle MMA, infatti oltre a tutti i colpi permessi dal regolamento dello sport thailandese questa giovane disciplina sportiva include lotta in piedi e a terra, chiavi articolari, sottomissioni e strangolamenti.

Questi ulteriori dati oggettivi ci fanno notare come l’efficacia aumenti al diminuire delle regole, dunque la domanda sorge spontanea, ci sono sport senza regole?

Beh anticamente in Grecia c’era il pancrazio, uno “sport” dove valeva tutto, rompere dita, tirare colpi bassi, cavare gli occhi, graffiare e persino mordere! Inutile precisare che spesso un match finiva con la morte di uno (a volte entrambi) dei contendenti.

Forse il pancrazio è l’esempio più antico (sicuramente tra i più antichi documentati storicamente e in maniera affidabile) di “arte marziale sportiva”, nel senso che è un’arte marziale (da: Marte, Dio della guerra, dunque arte per l’eliminazione fisica dell’avversario) che veniva praticata per dei tornei e per raggiungere quindi la gloria tra le esclamazioni del popolo.

A questo punto ci troviamo fuori dalle regole, e sappiate una cosa: dove finiscono le regole iniziano le arti marziali!

Si lo so, può sembrare un motto del kobra kai (andiamo non mi fate specificare che lo conosciamo tutti) però tant’è; la pura e semplice verità. Abbiamo già visto l’etimologia della parola “marziale” dunque dovremmo essere tutti d’accordo.
Ma quali sono queste famigerate arti marziali?

Il karate ne è una… Ebbene si, lo so, guardandosi in giro sembra proprio che il karate rientri tra i “giochi senza frontiere” ma originariamente così non era, originariamente (e alcuni oggi continuano su quella via) ci si allenava proprio con le stesse “regole” del pancrazio, cioè: colpi agli occhi, ai genitali, graffi, morsi eccetera. Un plus è lo studio approfondito del kyusho jutsu (arte dei punti di pressione), cioè allenarsi a colpire i punti nevralgici e strutturalmente deboli dell’anatomia umana; il tempo e l’esperienza che richiede il saper colpire queste zone con estrema precisione ha fatto si che il kyusho jutsu diventi quasi una disciplina a parte.

Dunque? Siamo giunti alla fine? Certo che no!

Arte marziale significa semplicemente arte da guerra, dunque abbiamo lo studio delle armi! E qui subentra il kali filippino che comprende (oltre a tutto quel già detto) l’uso di una vastissima gamma di armi: da vari tipi di bastoni a vari tipi di coltelli, spade dritte e curve, tirapugni, uncini e chi più ne ha più ne metta.

Incomincia a diventare un circolo vizioso poiché ci possiamo addentrare sulle armi da fuoco, esplosivi vari e arrivare alla conclusione che l’arte marziale (che non smetterò mai di ripetere che significa arte che studia la guerra) suprema sia un bottone! Eh già, va in linea con tutti i principi, primo fra tutti “massimo rendimento col minimo sforzo”, un bottone potrebbe scatenare qualcosa che somiglierebbe ai film catastrofici ai quali la tv ci ha abituati.

Quindi? Ora si che siamo nei guai, sembra quasi che il senso dell’arte marziale svanisca se si parla solo di efficacia. E infatti l’arte marziale è ANCHE dominio di se e studio filosofico, disciplina psicofisica insomma.

rispetto inchino dojoBisogna fare molta attenzione però, abbiamo visto quanto il termine “solo” sia da sostituire necessariamente e molto spesso con “anche”, infatti ci sono arti (o meglio i suoi praticanti) che stanno diventando parecchio abili a nascondersi dietro la filosofia per paura di non far crollare le proprie errate convinzioni, bisognerebbe spingerle un po’ oltre questa falsità; allo stesso modo bisognerebbe dare un po’ di studio e filosofia ad arti (o meglio i suoi praticanti) che la stanno trascurando.

Un detto azzeccato (che non ho certo inventato io) è il seguente: perfetto equilibrio tra penna e spada.

Dunque il carro dell’arte marziale ha senso solo se le due ruote di studio e pratica sono perfettamente bilanciate, ma (e la cosa mi fa sorridere) non tutti hanno le stesse ruote.

Nel corso della storia delle arti marziali il modo di colpire di pugno, di eseguire una proiezione, di compiere uno strangolamento (pratica) è variato nel tempo e allo stesso modo si sono sperimentati vari atteggiamenti mentali e modi d’essere (studio), il tutto per raggiungere sempre un più alto e sofisticato equilibrio tra penna e spada, insomma l’uomo non si è mai accontentato di una penna e una spada qualsiasi (e quale fortuna è stata!).

CONCLUDENDO.

Abbiamo visto come l’arte marziale non sia sport (in quanto non comprende regole) e come sia necessario lo studio per dargli un senso nella nostra epoca, abbiamo inoltre appurato la realtà della superiorità in termini di efficacia di alcune arti e abbiamo anche specificato che l’artista potrebbe (nonostante la pratica di un’arte inferiore in termini di efficacia) fare la differenza grazie alla sua esperienza.

Sarà scontato precisare che padroneggiare i pugni richiede meno tempo che padroneggiare calci e pugni, dunque chi allena solo i pugni per cinque anni (esempio) sarà quasi certamente in vantaggio rispetto a chi allena calci e pugni per cinque anni, poiché come diceva anche Bruce Lee: “non temo chi allena diecimila colpi una volta sola ma chi allena lo stesso colpo diecimila volte”.

Ma le cose cambiano con l’andare del tempo e più tempo di pratica passa e più chi tira calci è pugni avrà la meglio su chi tira solo pugni, giungeranno ad un livello simile di braccia ma uno avrà il vantaggio delle gambe.

Dulcis in fundo possiamo ben comprendere quanto la padronanza di un’arte marziale (dove tutti i colpi e situazioni possibili sono ammessi) richieda l’intera vita di pratica e ahimè, forse non basta…

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