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Tango, Amleto e Karate: davvero così distanti? (Parte 2)

Se vi siete persi la prima parte dell’articolo andate qui!

Recitazione

Qualche giorno fa ho assistito alla messa in scena de “Il Misantropo” di Molière. È incredibile come gli attori riescano a trasmettere e comunicare le sensazioni di ogni singolo gesto, rendendo partecipi gli spettatori di una storia vecchia di quattrocento anni. La stessa cosa vale per le forme delle arti marziali. Concentriamoci in particolare sul karate.

Partiamo ora da un discorso agonistico. I cinque/sei parametri di valutazione del gesto atletico sono:

  1. Tecnica
  2. Potenzas-Kiyuna-Paris-2012-1
  3. Kime
  4. Ritmo
  5. Espressività
  6. Sincronia

Ma…qual è il penultimo parametro? Ah! L’espressività!

Esattamente quella!

È la ciliegina sulla tecnica! Anche se è una delle meno considerate, è indispensabile per dare alla tecnica quella completezza che necessita. È la maestria con cui riesci a trasmettere e trasportare le sensazioni all’infuori di te, rendendo partecipe delle tue sofferenze e della tua determinazione chi ti guarda. Proprio come gli interpreti di una commedia!

“Le gare sono una deformazione del karate, una sua degenerazione!”

Ok, ok. Passiamo oltre il discorso delle competizioni.

Trascurando il fatto che molti maestri di arti marziali hanno avuto successo grazie al cinema (Fumio Demura, Bruce Lee, Jackie Chan, Sammo Hung, Steven Seagal…ops, errore di battitura!), in mio discorso può essere esteso anche alle arti marziali “tradizionali”. Lasciamo da parte lo Shotokan, che si è evoluto ed è diventato ciò che è oggi attraverso le gare. A Okinawa possiamo comunque assistere alle performance di maestri che quando eseguono un kata riescono a trasmettere una miriade di sensazioni grazie alla loro potenza, morbidezza e concentrazione. Sono sicuro che la prima volta che avete visto un bravo esecutore di kata lui è riuscito a trasmettervi qualcosa. Proprio questa trasmissione di emozioni attrae nuovi praticanti e permette che il karate sopravviva nel tempo. La passione è in questo caso il motore di tutto. Volendo spostare il discorso su un piano puramente conflittuale, nel combattimento è di vitale importanza saper recitare per trarre in inganno l’avversario e vincerlo.

“La guerra si fonda sull’inganno.” Sun Tzu

Saper ingannare l’altro permette di poter pianificare una strategia tale da vincere la battaglia (o magari scappare indenni da un’aggressione). Non è un caso che esistano le finte nel kumite (e a volte anche nei kata!).

Un ulteriore fenomeno che lega recitazione e arti marziali ci è dato dagli stili imitativi (Xiangxingquan) tipici del kung-fu cinese. Prima ho citato l’attore Jackie Chan, che spopolò nelle sale cinematografiche degli anni ’80 con Drunken Master. Grazie a questa e ad altre pellicole oggi nel mondo è famoso lo Zui Quan (più comunemente noto come Pugno dell’ubriaco), per l’appunto uno stile imitativo. Tra i tanti metodi di questa corrente troviamo He-quan (con le varie diramazioni Ming-he, Bai-he, Zong-he, etc.), Gou-quan (Pugilato del cane), Hou-quan (Pugno della scimmia), Long-quan (Pugilato del drago), Tanglang-quan (Pugilato della mantide religiosa) e molti altri.

P.S. Ai più attenti saranno sicuramente balzati all’orecchio nomi che risuonano nei libri di storia del Karate.
Anche in questo caso saper interpretare il proprio personaggio è di vitale importanza!

ko-soto-gariControversie

Come potete immaginare però, non è tutto “rose e fiori”. Tra le varie critiche che vengono fatte a questa teoria, la più comune è che danzatori e attori fanno finta, che il karate (o qualsiasi disciplina da combattimento) è basato sul confronto marziale, aggiungendo quindi la dimensione dell’efficacia.

La mia risposta? Che la replica è inutile (o quantomeno inadeguata)! 

Perché? È ovvio che ci siano anche differenze tra le tre discipline che stiamo trattando, altrimenti avremmo tutti lo stesso hobby! Sono approcci differenti alla concretizzazione dell’arte, approcci che utilizzano tutti come strumento fondamentale il corpo umano. Volendo si potrebbe dare un’interpretazione marziale (bunkai) ai passi del tango o del cha-cha-cha, ma il risultato sarebbe una stridula forzatura. Tutto è applicabile ma non tutto ha un’applicazione. 

Purtroppo la gente si concentra sugli aspetti negativi o sui rischi di una scelta, perdendo di vista il punto di partenza della discussione. Infatti il nostro discorso è incentrato sugli elementi in comune, non su quelli diversi.

Non stiamo affatto cercando di dimostrare che il Karate e la danza siano la stessa cosa, ma di capire in cosa si somiglino. Detto ciò, l’unico consiglio che vi posso dare se vi interessa questo argomento, è di usare pensiero critico e immaginazione, oltre che guardare un po’ di commedie teatrali e spettacoli di danza. La strada è lunga e solo voi sapete dove volete andare. Chi andrà più lontano e in migliori condizioni?

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Sulla Via del nebuloso Do.

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