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Rinnegare la tradizione per riappacificarsi ad essa

Durante gli studi universitari ho imparato che i giapponesi, per motivi storici e culturali, sono un popolo estremamente restio al cambiamento. Questa tendenza alla cristallizzazione, di probabile matrice confuciana, è specialmente visibile in campo artistico.

Parlando di karate, quello che oggi la maggior parte di noi identifica come “tradizionale” è in realtà un prodotto molto recente, la cui codifica risale, nel migliore dei casi, agli anni ’30 del secolo scorso.

Senza addentrarci in lunghe e complicate spiegazioni storiche (per riferimenti migliori vi rimando agli articoli specifici presenti sul sito) ci basta sapere che, in soldoni, il karate moderno  deriva dal karate di Okinawa, a sua volta derivante da varie correnti di un sistema precedente, il cui nome in Uchinaguchi (il dialetto di Okinawa) era Tuidi o Ti,  meglio conosciuto con la pronuncia in giapponese standard di Toude.

La parola Toude (唐手) è composto da due kanji. Il primo (Tou) identifica la dinastia cinese Tang, che regnò dal 618 al 907 e quindi, per estensione, la provenienza cinese dell’arte. Tra le pronunce di questo kanji troviamo anche kara, che sicuramente vi suonerà familiare. Il secondo kanji ( Te o Shuu,) significa invece mano.

Questo sistema,avendo per scopo la protezione di se stessi o, secondo alcune teorie che lo vogliono in forza alle guardie del castello di Shuri, di terzi doveva per forza di cose essere basato sull’efficacia reale e, opinione personale, su una relativa facilità di apprendimento.

Con l’avvento dell’era moderna il Ti venne pesantemente modificato da maestri come Ankou Itosu, che ne introdusse una versione semplificata e non violenta nelle scuole, come forma di educazione fisica atta ad instillare sentimenti militaristi nei futuri servitori del paese.

Fu però la generazione successiva di maestri Okinawensi ad avere un ruolo chiave nella trasformazione del toude in karate.. Maestri come Chojun Miyagi e Gichin Funakoshi (tra i tanti) codificarono, attraverso studi personali, viaggi di ricerca in Cina e cross training dei sistemi precisi, sul modello dei ryuha giapponesi, partendo dalle tre correnti base del Toude: Il Nafadi (Nahate), il Suidi (Shurite) e il Tumaidi (Tomarite).

Nel 1936 alcuni tra i principali maestri dell’epoca si riunirono per discutere del futuro dell’arte. Tra le varie decisioni prese in quel giorno vi fu quella di sostituire il carattere (Tou/Kara, Cina) con un suo omofono, (Kuu/Kara, vuoto). In quegli anni il fervore militarista era forte in Giappone e si decise di attuare per questo cambio per non mettersi in cattiva luce con le autorità dell’isola centrale, prima tra tutte il Dai Nippon Butokukai. Nasce così ufficialmente il karate “tradizionale” di Okinawa.

Con l’introduzione del karate nel registro dei Gendai Budo (arti marziali moderne) e le ulteriori modifiche apportate da maestri delle generazioni successive come, ad esempio, l’esasperazione delle posizioni e della distanza ad opera di Yoshitaka Funakoshi o le modifiche ai kata a fini agonistici da parte di Masatoshi Nakayama il karate “tradizionale” giapponese ed il celeberrimo sistema di trasmissione delle “Tre K” prendono forma.

Come avrete sicuramente notato c’è una forte contraddizione nel mio discorso: All’inizio ho esordito dicendo che i Giapponesi sono restii al cambiamento eppure, per tutto il tempo, non ho fatto che elencare cambiamenti. Ma allora dov’è il trucco? È presto detto: Nella cultura giapponese è presente una dicotomia assolutamente affascinante tra due concetti, Honne (本音), ovvero ciò che si pensa o desidera realmente e Tatemae (建て前), ciò che è considerato appropriato, fare o dire. Sapendoquesto contesto possiamo capire perché tutti dicono di aver seguito fedelmente gli insegnamenti del proprio maestro (Tatemae) mentre invece (come è naturale, del resto) hanno apportato dei cambiamenti all’arte.

Sulla base di questo ragionamento possiamo dunque osservare come, benché la forma sia rimasta più o meno inalterata, sia stata la sostanza a cambiare notevolmente tra i vari passaggi evolutivi del karate. Dunque, se il nostro scopo è quello di praticare il karate come arte marziale basata sull’efficacia reale, risulta a mio avviso necessario “liberarsi” dalla finta tradizione ed iniziare a guardare ai padri fondatori non più come detentori della verità assoluta, ma come uomini, coi loro pregi, difetti e limiti. Questo ci permetterà di spostare lo sguardo nella stessa direzione in cui guardavano loro, contribuendo a dare nuovamente senso al detto “On Ko Chi Shin” (impara dall’antico per comprendere il nuovo).

Nella seconda parte dell’articolo analizzeremo, caso per caso, le possibili opzioni che abbiamo per iniziare questo lavoro, per poi spostarci verso un discorso più tecnico.

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Alla prossima!

Davide

P.S.

Nell’introduzione storica ho volontariamente omesso la corrente del karate a contatto pieno in quanto, essendo una scuola ancor più recente non rientra né per i modi né per l’approccio alla pratica nel quadro del karate considerato “tradizionale” dai più.

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