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Il Karate è un’arte marziale completa?

La completezza, un bel dilemma

karate arte completaQuante discussioni animano forum e social network, nell’era di Internet, delle MMA, dei corsi di DP tutto-e-subito, sull’eventuale completezza ed efficacia di questa o quella AM…?

Tante, troppe, probabilmente.

E in tanti (troppi, probabilmente) tentano, con minore o maggior efficacia e convinzione, di ergersi a strenui difensori del proprio sistema di combattimento, nel lodevolissimo intento di non risultare secondi a nessuno nell’irrisolvible confronto che viene a determinarsi nel momento in cui si fa a gara, almeno sulla tastiera, per scoprire chi abbia “l’affondo più lungo”.

Io stesso, dopo aver praticato per diversi anni un karate nettamente sportivo, ed essere passato poi a forme via via più “tradizionali” (o per meglio dire, meno indirizzate al confronto agonistico a punti e col sistema del “sundome”, ovvero no-contact), ho scoperto che nel karate sono incluse leve, proiezioni, controlli e perfino, in alcune scuole, una certa percentuale di lotta a terra.

 

Poi, però, è giunto anche per me il momento del confronto, sia virtuale che sul tatami. E ho realizzato che tutte le tecniche non di percussione studiate fino a quel momento, non funzionavano bene, o erano state apprese in modo approssimativo.

A conferma di questo, ho pensato di iscrivermi a un corso di Kudo, abbandonando temporaneamente il bel dojo di Karate di Okinawa che si trova vicino alla Basilica di S. Pietro, per ritrovarmi chiuso in una palestra di periferia in compagnia di un nutrito gruppo di aspiranti combattenti in gi.

Tre mesi, tre mesi soli di pratica, per accettare una volta per tutte la verità: il Karate è uno stile incompleto. Ma non lo è di per sé. Se analizziamo il Karate nell’ottica del Karate-e-basta, la faccenda può di certo complicarsi: basti provare a confrontare un karateka abituato al no-contact con uno di Kyokushin (solo per fare un esempio), per rendersi conto che i due modi di intendere il Karate sono del tutto differenti tra loro.

In ogni caso, ognuno dei due atleti, se bene allenato, all’interno del micro-cosmo rappresentato dal suo sistema di riferimento, potrà aver raggiunto, dopo qualche tempo di pratica, un grado di conoscenza e di maestria tali da renderlo, in qualche modo, “completo”.

discipline karate

Ora mettiamoli entrambi su un ring, o su un tatami, o su una pedana sollevata a 30 metri da terra. E mettiamogli di fronte un atleta differente, che magari si sia allenato solo ed esclusivamente nel Jujutsu, o nel Judo.

Le leggende metropolitane della mia adolescenza dicevano che, fintanto che il karateka mantiene la distanza, vince sul judoka; se però quest’ultimo chiude la distanza, per il karateka è finita.

Ci ho creduto fin quando non sono passato al Gojuryu, anni fa… stile, questo (per chi non lo sapesse), improntato principalmente alla distanza media e corta, ma ricco al contempo di prese, liberazioni e proiezioni.

È stato allora che ho scoperto di poter contrastare un judoka, almeno in piedi, e di poter avere la meglio a breve distanza sfruttando pugni, clinch, ginocchiate, gomitate, calci bassi (che, per carità, nel karate sportivo che facevo prima “non esistevano”!!!).

Ma, una volta giunti a terra…? Lì, ovviamente, avevo enormi problemi.
Dopo anni di tentativi, di studio, di rapidi approcci con la lotta a terra inclusa nel sistema della IOGKF del M. Higaonna, ho deciso di darmi al Kudo, come dicevo sopra. Sistema che, almeno in apparenza, pareva soddisfare le mie necessità.

E in una certa misura lo ha fatto, sebbene i limiti imposti dal regolamento sportivo, e la presenza ingombrante di un odioso caschetto non dissimile dal casco integrale di un motociclista, mi abbiano complicato non poco la vita in questi tre mesi di allenamenti.

Rimanete con noi per la seconda parte dell’articolo !

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