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I pezzi mancanti del puzzle. Cosa stiamo perdendo lungo la Via ?

Questo articolo fa volutamente parte della sezione “Evoluzione”. Come mai ho deciso di intraprendere questa scelta ?

La legge di evoluzione governa il mondo col giuoco di due forze, la forza conservatrice e la forza progressista.

Antonio Fogazzaro

tradizione marziale evoluzione karateCome Giano Bifronte, camminando, si volge lo sguardo a due strade ben diverse. Due scelte che si sintetizzano in una terza opzione più grande, risultante delle due, o forse lo spunto per qualcosa che trascende le cause generatrici.

Partendo da questa definizione, l’Arte del Karate non viene meno a questa invisibile “legge” che governa il mondo, come del resto, tutte le cose.

Ma è utile sottolinearlo, nell’approccio dell’analisi che di qui a poco seguirà.

Come ben sappiamo (ed è ripetitivo dirlo ancora), questa disciplina marziale è sorta come oggetto nuovo di studio ad Okinawa, ma procedendo a ritroso possiamo giungere senza ombra di dubbio in altri luoghi come la Cina e il Sud est Asiatico e rinvenire gran parte delle tecniche studiate, secondo approcci differenti. Già nella sua sostanza, il karate è l’amalgama e il riassetto di precedenti speculazioni marziali, interpretate dagl’intuitivi Maestri che hanno riorganizzato le tecniche ed hanno ottenuto come risultato un’Arte Marziale decisamente nuova e peculiare. Insomma, l’evoluzione si è manifestata.

Un processo che da due o tre secoli fa, non di certo si è arrestato.

Ed è sotto agl’occhi di tutti i praticanti la GIUSTA ramificazione infinitesimale del concetto di Karate: stili, scuole, modi di intendere, Maestri… tutte variabili simili ma profondamente diverse fra di loro. Karate ancestrale, antico, tradizionale, moderno, sportivo, a contatto, leggero, da difesa personale, o mero sport.

E quanto ancora cambierà ? Già si prospetta un nuovo cambiamento strutturale non appena il karate entrerà nelle discipline olimpiche ! (sempre se succederà)

Ma cosa ha portato con sé il cambiamento ? Del buono ? Del marcio ? Su questo non ho l’autorità né la pretesa di rispondere. Parliamo di cose meno soggettive… rispondiamo alla prima domanda.

Di oggettivo c’è il fatto che da un certo filone di pensiero o da determinati stili, si è smesso di studiare con sempre maggior volontà alcuni aspetti che ad Okinawa erano ritenuti fondamentali, senza i quali era ritenuto incompleto il praticante che si addestrava in tale disciplina. Parleremo proprio di questo !

I PEZZI MANCANTI DEL PUZZLE

Questi pezzi mancanti del puzzle sono da rinvenire principalmente in:

1) Focus su una stretta gamma di tecniche e tattiche (e per estensione e implicazione , il set di competenze necessarie per funzionare bene in quel campo come il controllo degli arti, superare guardie e ostacoli e anche alcune abilità di cattura o di sottomissione)

La capacità insomma di saper fregare con la tecnica chi è più grosso e forte di voi. Moltissime scuole si concentrano sullo studiare come affrontare altri… combattenti ! Ma ciò, per quanto profondo e per quanto possa apportare grandissime capacità, può limitare ed illudere il praticante. Bisognerebbe dapprima imparare a saper reprimere con facilità una carica, un energumeno o un gruppo di persone, anche armate. Per far ciò bisogna focalizzare le strategie, le tattiche e conoscere bene i principi biomeccanici del corpo.

Con ciò non si sottolinea che le scuole moderne non sanno mettere in atto sbilanciamenti o proiezioni, ma il set a disposizione si è drasticamente ridotto, per tutta una serie di motivi storici e di contesto.

2) L’accento sulla qualità speciali che sono spesso espressi da termini di Okinawa non comuni (muchimi, chinkuchi , gyame , muchi , gamaku , ti nu umui , ecc)

Il mio maestro dice che la differenza tra un principiante e un esperto del Karate è il saper usare le anche (ma vuol intendere di conseguenza tutto il proprio corpo). Molte scuole hanno dimenticato l’uso olistico di usare il proprio corpo, il pugno diviene una tecnica di mano, e il calcio una di piede, o si modifica la tecnica per scopi diversi da quello per cui sono nate (un calcio controllato di tipo sportivo non è certamente lo stesso di uno usato per la difesa personale)… ma non è così che bisogna interpretare. E’ la risultante dell’uso complessivo del proprio corpo nella maniera più economica, direzionando al meglio l’energia cinetica, attraverso vibrazioni, torsioni e specifiche contrazioni/decontrazioni muscolari. Un lavoro interno non visibile al di fuori e difficilmente spiegabile a parole.

Il famoso tamburello di Karate Kid:

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3 ) Tenshin/ tai-sabaki ( rotazione del corpo , movimento nello spazio e nel tempo del corpo, gioco di gambe)

Se non si sa padroneggiare il tempo e lo spazio, saremo facile preda dell’avversario anche se fisicamente o mentalmente più preparati. Saper colpire è “facile”, ma mandare a vuoto le tecniche altrui è una grande abilità, che richiede numerosi anni di pratica.

4) Condizionamento del corpo (kote-kitae , Tai- tanren, makiwara, palmo nella sabbia di ferro, ecc)

Beh… giudicate con i vostri occhi !

{youtube}13WcgnMVA2w{/youtube}

Con tali sollecitazioni sulle ossa, sui muscoli e sui nervi, dopo svariati anni, si ottengono arti molto più “duri” e insensibili ai colpi avversari. Ovviamente rimarranno SEMPRE dei punti per i quali l’allenamento non basterà a coprire le aree deboli. Ma ne parleremo in un altro punto della lista quando parleremo di kyusho jutsu.

5) Hojo – undo / kigu – undo (uso di pesi indossabili o attrezzatura di potenziamento muscolare complementare)

Fare 100 volte lo stesso kata è davvero molto faticoso. Ma vi sono tecniche per quanto vantate dai maestri, non vi garantiranno forza fisica ad ogni sessione di allenamento. Per tal ragione la pratica marziale va completata attraverso l’uso di pesi, macchinari, particolari metodi di allenamento (anche a coppie) che mirano ad incrementare la forza generale, orientata e specifica.

Guardate solo questa piccola parte di esercizi possibili con particolari attrezzi fatti artigianalmente:

{youtube}xBK5QZ-YsTs{/youtube}

6) Tuidi (detto anche Gyakute o karamidi)

Il Tuidi è l’aspetto della lotta misto al concetto di presa e di controllo, forse similare al grappling o al jujutsu, ma non sono la stessa cosa. Anche qui ribadiamo il concetto che l’anatomia umana presenta svariati punti deboli per via della nostra conformazione fisiologica e fisica. Portare un arto oltre il suo limite di movimento ne causerà la rottura, occludere determinate zone del collo porterà a uno strangolamento e così via…

Tali tecniche sono nascoste nei kata (video sotto), ma non sono facilmente visibili. I bunkai moderni sono la risultante di un’occhio superficiale verso le antiche intenzioni trasmesse nella forma. Tali tecniche le si possono rinvenire nei riarmi e non nelle tecniche finali. Così lo shuto non è solo un colpo col taglio della mano, ma può divenire controllo del braccio, della gamba… e altre infinite applicazioni. Il Tuidi sfrutta le debolezze della conformazione umana al fine di ottenere un controllo sull’avversario con bloccaggi, prese e leve sugli arti. Occorrerà dunque muoversi al movimento specifico dell’avversario, sentirne il respiro e percepirne le intenzioni.

Un esempio è l’applicazione nel kata Sanseiru:

{youtube}NZaZe8fGpxc{/youtube}

Per ora fermiamoci qui, altrimenti si appesantiscono gli occhi durante la lettura. Nel prossimo articolo, concluderemo il discorso con i rimanenti 6 punti mancanti della lista, così da avere un quadro più completo sulle proprie mancanze marziali.

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