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Evoluzione del Dim Mak fino ai giorni nostri

Prima di iniziare sono doverose delle esaustive premesse.

Di cosa stiamo parlando?

dim mak bubishiDim mak viene tradotto in vari modi: “il tocco della morte”, “mani velenose”, “arte del colpire i punti vitali” e altro ancora. Sostanzialmente si tratta di un sistema di combattimento intriso della filosofia taoista che sfrutta le conoscenze dell’agopuntura per agire distruttivamente sul corpo umano. Si tratta di creare degli scompensi energetici colpendo con precisione alcuni punti situati lungo i meridiani, scompensi che creano varie disfunzioni organiche che possono causare anche la morte.

Cosa sono i meridiani?

La teoria del dim mak afferma che agendo dall’esterno si possono creare svariati danni all’interno (o al contrario, guarire) colpendo dei punti precisi situati sul corpo umano, questi punti si trovano su delle linee guida che vengono chiamati “meridiani”. I meridiani collegano gli organi interni all’esterno, dunque premendo ad esempio un punto del polso si potrebbe creare un disturbo ai polmoni poiché esiste un meridiano che collega le due parti.

Perché è influenzato dal taoismo?

Il dim mak deve la sua origine a degli uomini religiosi che si isolarono sui monti del Tibet cercando di rifuggire dalla massa e quindi da tutto ciò che consideravano come bassezze dell’uomo quali: ingordigia, avarizia, lussuria, violenza e altro. Decisero quindi con questo isolamento volontario di distaccarsi dalla società per veicolare le loro energie verso temi più profondi della vita, dunque sulla filosofia. Così i monaci tibetani appoggiarono le idee taoiste (nate dal sincretismo tra brahmanesimo e buddhismo indiano) che parevano soddisfare i loro ideali e i loro stili di vita.

Perché l’articolo inizia dall’evoluzione e non dalle origini?

Ho deciso di trascurare le origini in quanto queste si perdono in infinite leggende, perciò preferisco qui esporre con fonti attendibili almeno l’evoluzione del dim mak.

“Grande è la natura nelle grandi cose, grandissima nelle più piccole.”

Dal III al I secolo a.C. la Cina fu teatro di sanguinose guerre che portarono come conseguenza una vasta migrazione di genti da un capo all’altro del suo immenso territorio. I monaci dei monasteri montani si rivelarono ospitali nei confronti di questi sperduti accogliendo come potevano coloro che riuscivano a spingersi fino a tali zone remote del Paese.
Alcuni dei loro ospiti erano dei combattenti scampati alle battaglie e ricambiarono tale ospitalità con le loro conoscenze in ambito di arti marziali. All’epoca gli eserciti non si basavano solo sulla forza del numero o sulla tecnologia delle armi ma anche (e soprattutto) sulle abilità del singolo. Grande importanza dunque veniva data alla capacità di mimetizzazione e di attacco a sorpresa, di illusione e spionaggio; questi guerrieri insegnarono ai monaci (per altro già istruiti su varie forme di lotta) un sofisticato sistema di offesa-difesa chiamato “in-sen-shu” (le cinque arti per far scomparire il corpo) di cui poco ci è dato sapere.

Monaci Shaolin dim mak

Possiamo dunque intuire che l’arte conosciuta con il nome di in-sen-shu sia la progenitrice del ninjutsu giapponese (arte del mistero o della furtività) nata qualche tempo dopo.
I monaci tibetani come abbiamo già detto erano a loro volta dei cultori marziali e infatti tra i loro metodi degno di nota è sicuramente il “fa-shu”, cioè “arte nera”. Il colore nero è usato in questo caso come simbolo del nascosto, dell’insondabile, delle profonde potenzialità umane latenti. Il fa-shu basava la sua pratica su precise tecniche respiratorie e meditative che consentivano a questi uomini di compiere gesta non comuni.

Si può capire a questo punto i risultati raggiunti tramite l’unione fra in-sen-shu e fa-shu; monaci esperti in un’arte che racchiude colpi letali e misticismo, tecniche meditative al servizio della difesa personale, esoterismo, metodi di respirazione atti a risvegliare le potenzialità nascoste dell’essere umano, capacità quasi paranormali. Ambiti risultati vennero raggiunti in questo periodo riguardo l’uso cosciente del Ch’i, l’energia vitale che tutto permea, concetto caro al taoismo.

Già a partire dal II secolo a.C. iniziò il graduale deflusso dai templi che permise a quelle arti di farsi conoscere all’esterno. In maniera particolare le accolse il Giappone (da sempre interessati alle arti di guerra) che pur non inventando sostanzialmente nulla di nuovo riuscì ad elaborare queste conoscenze fino a portarle ad un elevato grado di perfezione.

Così i conoscitori cinesi portarono in-sen-shu e fa-shu oltreoceano e si stabilirono in altri templi remoti, questa volta di una patria novizia. Da quest’ulteriore “scambio culturale”, intorno al VI secolo d.C. nacquero i primi yama-bushi (che significa guerriero di montagna, monaco-guerriero) che diedero vita allo “shugendo” (via dei poteri soprannaturali), un’arte che aveva poche differenze con quello che si praticava in Tibet già da un po’ di tempo.

Proprio dallo shugendo deriva più precisamente il ninjutsu del quale abbiamo già accennato.

I ninja, che si svilupparono intorno al X secolo d.C. erano esperti in numerosissime armi: yari (lancia dritta), naginata (lancia ricurva), kusari (catena), kama (falce), kusari-gama (falce con catena), shuriken (lame da lancio), bo (bastone lungo), jo (bastone corto) a molte altre ancora.

Spesso ogni singolo ramo marziale dava vita a vere e proprie arti a sé, ogni arma diveniva l’oggetto di studio di un’intera arte, ma non dimentichiamo che come oggetto di offesa i ninja erano preparatissimi anche a mani nude e quindi si svilupparono inoltre varie specializzazioni diverse che non prevedevano l’uso di armi.

Tra le scuole più importanti va ricordata la Gokkyu-ryu (dal nome della famiglia fondatrice) con il suo “atemijutsu” (arte del colpire) derivato da stili cinesi e indiani di percussione. Questa famiglia diede vita anche al “koshujutsu” (arte delle pressioni dolorose) che agisce sui centri nervosi e gangli vitali e allo “yubijutsu” (arte delle dita) che permetteva di uccidere il nemico colpendolo con precisione con le estremità delle mani su specifici punti del suo corpo.

Lo yubijutsu è ciò che più si avvicina al dim mak, infatti ne è una versione giapponese riveduta e corretta.

Non bisogna dimenticare poi che anche in Malesia si studiò e personalizzò il dim mak, costoro non trascurarono nemmeno le modifiche dello yubisutsu ed arrivarono alla tecnica micidiale, poco conosciuta, della “palma vibrante”.
Al giorno d’oggi si sente parlare più spesso di “Kyushojutsu” (arte dei punti di pressione) indicando con questo ciò che abbiamo detto sin ora riguardo il dim mak.

<<Avvertenze>>

Nel mondo in cui viviamo siamo sempre e costantemente bombardati da ogni genere di pubblicità e il mondo delle arti marziali non è stato risparmiato. Fin troppi si spacciano per conoscitori di quest’arte sofisticata (se non addirittura perfezionatori), qui non basta essere agopuntore o possedere il diploma di maestro per renderti automaticamente esperto di questa pratica marziale, questa disciplina viene insegnata nella sua interezza a pochi fortunati da maestro a discepolo (secondo vari criteri morali visto la potenza di tale arma), come si usava un tempo.
Richiede lo studio di una vita intera poiché esistono moltissimi punti che vanno stimolati in maniere spesso differenti, bisogna conoscere i giusti momenti dell’anno per colpire alcuni punti e persino la giusta ora del giorno (poiché in ogni fase dell’anno e della giornata alcuni organi sono più attivi di altri), bisogna conoscere le relazioni tra i vari organi, come sovraccaricarli o privarli di energia, il ciclo costruttore-distruttore e tutta la logica taoista che è alla base di questa arte. Insomma state attenti a chi si spaccia per profondo conoscitore del dim mak, conoscere alcuni punti dolorosi non è conoscere l’arte dei punti vitali!

Curiosità: per aggiungere un altro nome esiste il “marma adi”, la versione indiana del dim mak.

CONCLUSIONE

Sebbene la maggior parte di noi praticanti non arriverà mai alla conoscenza approfondita di tale arte sia per via delle circostanze della vita sia per scarso interesse a specializzarsi in tal senso, tutto quel che abbiamo detto non può non essere parte del bagaglio culturale di ogni buon artista marziale per l’importanza storica e pratica della famigerata arte del dim mak.

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