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L’illusione della tradizione (Parte 1)

Tradizione illusoria

Molte volte si sente parlare della distinzione tra Karate Sportivo e Tradizionale. Io competo nelle gare ormai da qualche anno, quindi dovrei appartenere alla prima categoria, però leggo anche abbastanza sulla storia e l’evoluzione del karate e partecipo a seminari di maestri che, si dice, pratichino in maniera “tradizionale”.

Mi sono quindi chiesto: “A quale categoria appartengo? Sportivo? Tradizionale?“

Qui sorge però spontanea un’altra domanda: “Cos’è il Karate Tradizionale?”

Analizziamo la parola Tradizione. Nel dizionario etimologico che possiedo (Il Giacomo Devoto) si legge che il termine deriva dal latino traditio-onis (che ha sua volta risale dal verbo trado) e significa consegna, affidamento. La parola tradizione, dunque, descrive il meccanismo per cui le usanze e i costumi di un popolo vengono tramandate di generazione in generazione. Io, però, non leggo da nessuna parte che queste tradizioni debbano essere lasciate invariate, che il cambiamento non sia ammesso. Eppure si tende a seguire questa convinzione di forzata immutabilità come fosse un dogma.

“Ma come spieghi che il Gran Maestro (inserire qui il nome di un qualsiasi artista marziale famoso) non praticava questi esercizi e non usava questi attrezzi?! Non stai seguendo le sue orme! Lo stai disonorando!”

Probabilmente è vero, molti maestri dei secoli passati non usavano gli attrezzi da palestra di oggi, non studiavano la periodizzazione del lavoro, la curva di supercompensazione e la pliometria come si fa adesso.

Perché?

hojo1Perché non conoscevano queste tecniche di allenamento e forse non avevano neanche pensato a tutte queste variabili nel fisico di un praticante. Non erano studiosi russi o atleti olimpionici di punta di qualche nazione emergente come la Cina. La gente di cui stiamo parlando si allenava a notte fonda, in segreto, in pantaloncini corti e a lume di candela. Avevano strumenti per l’allenamento supplementare (Hojo Undo) come il Chi Shi, Ishi Sashi, Kongoken, Makiwara, etc., ma erano, comunque, attrezzi semplici usati principalmente come sovraccarichi e condizionamento. Miyagi Chojun, Funakoshi Gichin e gli altri pionieri del Karate del 1900, si allenavano anche per incrementare la forza fisica, perché sapevano che è un aspetto non trascurabile della pratica, ma i loro metodi erano molto meno accurati e precisi di quelli odierni. Oggi, semplicemente, le tecniche sono di “un altro pianeta”, le ricerche vanno avanti e gli esercizi migliorano.

Ad esempio, il KettleBell (un attrezzo formato da una sfera di metallo e una presa per le mani) è il “successore mondiale” dell’Ishi Sashi, un utensile usato nell’hojo undo. Pensate anche alla famosa sacca bulgara, derivante dal Chang Daizi, o al Ning Zi (oggetti entrambi usati nello Shuai Jiao cinese).

“La tradizione è una guida, non una gabbia” W. Somerset Maugham

Un altro motivo per cui le tradizioni mutano è ben spiegato dal proverbio giapponese Shu Ha Ri. Anche se questo principio era implicito negli insegnamenti di Zeami Motokiyo (fondatore del teatro No), vissuto nella seconda metà del 1300, venne messo “nero su bianco” per la prima volta da Kawakami Fuaku

shuhari(1784 – 1855), un famoso maestro di Cha no Yu (la cerimonia de tè). Volendo dare una breve definizione di cosa si intende con Shu Ha Ri, riporto qui sotto la traduzione, a opera del M° Cesare Barioli, di un passo presente nella tesi di Keiichi Takaya On the connectiosn between imagition and education: philosophical 
and pedagogical perspectives (Del rapporto tra educazione e immaginazione, prospettive pedagogiche e filosofiche):

Nelle arti tradizionali nipponiche si considera comunemente che la progressione di studio segua le tappe shu-ha-ri, cioè:
– 1) studio passivo; si imita il kata del maestro e il suo modo di fare e di essere;
– 2) esperienza attiva; ci si allontana, si rompe con la forma del maestro, ma a questo punto l’allievo non ha un suo stile e lotta per liberarsi dall’influenza del maestro;
– 3) realizzazione; in seguito arriva a esprimere la disciplina conservando l’essenza della scuola, ma interpretandola secondo la propria esperienza, contribuendo al divenire dell’arte, che si costruisce con l’esperienza umana una generazione dopo l’altra.

(http://www.judo-educazione.it/ricerche/shuhari1.html)

Questo meccanismo si ripete da maestro ad allievo, secolo dopo secolo, facendo in modo che il karate (come penso ogni altra arte) non si solidifichi, ma continui a scorrere nel tempo e “prenda la forma” dell’epoca in cui si trova, cambi con il cambiare della cultura e della società. Se prendessimo come esempio l’arte figurativa, dai graffiti sui muri delle caverne ai “tagli su tela” di Fontana, noteremmo molto bene come questa sia mutata radicalmente nel corso dei millenni, passando per l’impressionismo e così via.

“Ti sbagli, questo non è il VERO Karate, è solo una finzione! Non come il mio karate, quello AUTENTICO!”

Sento susseguirsi le parole vero, autentico, originale
Ecco a voi la domanda da un milione di dollari: Cosa è realmente il Karate? Sapreste definirmi in cosa consiste il Karate autentico?

Pensate alla risposta. Ci “rivedremo” presto con la 2° Parte! (clicca qui)

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