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Sensei, altri significati

Sensei fuori dal dojo, niente filosofie, solo linguaggio

Osu, Sensei !

maestri sensei nel dojoQuante volte abbiamo urlato qualcosa del genere, sentendoci chiamare dal nostro maestro durante la lezione?
E quante volte ci è capitato di definire qualcuno più anziano di noi, all’interno del dojo, con l’appellativo di “Senpai”?
Soprattutto, chi non ricorda la celebre figura del violento insegnante della Kobra Kai nel vecchio, mitico “Karate Kid”? Quello con Ralph Macchio e Pat “Noriyuki” Morita, ovviamente…

Sì Sensei!
No Sensei!

Quanto tempo è passato da allora… e quanto siamo stati colpiti, fin da quando esplose il boom delle arti marziali giapponesi soprattutto a partire dagli anni ’80, da questa parola… Sensei…

Eppure, quanti di noi conoscono l’esatto significato di questo termine, al quale pure ricorriamo ogni qual volta si debba far riferimento a un maestro di arti marziali?

Cominciamo, allora, ad analizzare le parti di cui si compone questo termine giapponese:

 

先生

先 (sen): questo Kanji si legge “SEN”, ma anche “SAKI”, e significa “prima”

生 (sei): questo Kanji si legge “SEI”, ma anche “U (MU-MARERU)”, diventando la radice di un verbo che significa “procreare-nascere”. Beh, si legge anche “NAMA”, nel significato di “crudo”, o perfino, nel caso della birra, di “alla spina”, ma non è in questo senso che vogliamo parlarne…

Quindi, ricapitolando, la parola “Sensei” potrebbe essere sciolta nel significato (in giapponese) di “Saki ni Umareta”, ossia “Nato prima”.
Nel pensiero giapponese, chi è nato prima ha maggior esperienza, e pertanto è considerato “Sensei”. Il termine italiano che forse rende meglio il concetto, è “Dottore”, inteso non come “medico” ma come “persona edotta”: non per nulla, anche in giapponese un medico, di qualunque genere, viene chiamato “Sensei”, alla stregua di un insegnante di scuola, di un maestro di arti marziali o di un artista.

Proviamo un attimo a pensare a quali mestieri possano essere indicati, nell’idioma di Tokyo, con l’appellativo di “Sensei”…

– Insegnanti di scuola
Maestri di Arti marziali
Medici
Registi
Attori famosi
Musicisti
Scultori
Scrittori
Poeti
Chef
Artigiani
Artisti di qualsivoglia genere

L’elenco potrebbe proseguire ancora a lungo, ma a questo punto appare abbastanza ovvio il fatto che con il termine “Sensei” si indichi chiunque abbia conseguito una certa maestria in un un dato campo (potremmo dire “arti e mestieri”), grazie alla pratica e al continuo esercizio della propria attività.

Sfortunatamente, nel Karate (che, lo ricordiamo giusto per chi ancora nutrisse dubbi, non è stato inventato in Giappone e poco o nulla spartisce, in origine, con la cultura giapponese!), il termine “Sensei” è stato affiancato, a partire dal XX secolo, ad altri più specifici, mutuati spesso dalle tradizioni di altri metodi marziali nipponici, Kendo in primis.

Laddove la dicitura “Soke” (oggi nota soprattutto nel settore di arti tipicamente nipponiche come il Judo o l’Aikido) non è mai stata adottata troppo diffusamente nel senso di “fondatore” o “caposcuola”, a un certo punto ha iniziato a fare capolino la parola di origine cinese “Shihan” (Maestro, Istruttore – non troppo dissimile dal termine Sifu, col quale condivide peraltro il primo ideogramma), con la quale oggi si intende spesso un maestro di grado elevatissimo, subito al di sotto del caposcuola.

Per inciso, la parola “Soke” sta a indicare, in origine, il ramo primario di una famiglia.

Con un paragone nemmeno troppo azzardato, verrebbe da pensare che un Soke sia una sorta di Papa, e i vari Shihan siano i suoi cardinali…

Alcune scuole di Karate preferiscono servirsi di parole differenti da Soke, che come si è detto poc’anzi non è particolarmente impiegato nel Karate, riferendosi ai primi caposcuola in altri modi:

Saiko Shihan (Shian supremo)
Sosai (Presidente – che io sappia questa parola è stata usata prevalentemente per Masutatsu Oyama, fondatore del Kyokushin)
Kaizo Shihan (Maestro fondatore)

Al di sotto, dunque, dei vari Shihan e Sensei, si trovano tutti gli altri. Tornando al paragone ecclesiastico, potremmo dire che gli “Shidoin” (lett. “colui che guida”, “istruttore”) siano i vescovi della situazione: essi dipendono sempre e comunque da un Sensei, nel nome del quale ricevono l’incarico e l’onore di insegnare a nuovi allievi.
Ne consegue che non tutti gli insegnanti possano essere additati come “Sensei”, ma solo quelli di grado più elevato e con un riconoscimento ufficiale in seno a una scuola. In genere le cinture marroni (nell’attuale sistema, ormai riconosciuto quasi universalmente) e i primi dan che insegnino, sono da considerare “Shidoin”.

All’interno, poi, del Dojo, gli allievi andrebbero divisi in questo modo:

Shidoin (allievi di grado elevato, dal 1 kyu in su, che insegnano altrove o insegnano in caso di assenza dell’insegnante “di ruolo”, o che, ancora, assistono il Sensei nell’insegnamento durante le lezioni)

Fuku Shidoin (allievi di grado elevato che insegnano pur non essendo veri Shidoin nominati dal Sensei, ricoprendo il ruolo solo quando sia necessario – letteralmente, “vice-Shidoin”)

Senpai (allievi anziani)

Kohai (allievi giovani)

Senpai, vale la pena notarlo, condivide con Sensei il primo ideogramma, significando “colui che è venuto prima”.

katana senseiKohai, al contrario, indica “colui che è venuto dopo”. È pertanto assurdo dire, di se stessi, “sono un senpai”, a meno che non si specifichi “sono senpai di Tizio e Caio, che sono miei Kohai, mentre Sempronio è un mio Senpai”.

In altre parole il rapporto Senpai-Kohai (presente ovunque nella società giapponese, dalla scuola ai posti di lavoro, e destinato a rimanere invariato per tutta la vita tra due individui che siano stati legati da esso anche solo una volta), è del tutto relativo, e strettamente legato alla differenza di posizione gerarchica tra due o più individui.

Un allievo che si alleni da solo, non è il Senpai né il Kohai di nessuno. Un Sensei, a sua volta, può essere Senpai o Kohai di altri Sensei, ma mai dei suoi stessi allievi.

Per finire, è utile specificare che i termini “Shihan”, “Saiko Shihan”, “Soke”, “Sensei”, “Senpai”, e tutti gli altri indicanti, in genere, il ruolo sociale di qualcuno all’interno di un determinato gruppo, non vanno mai anteposti, ma sempre posposti al nome cui si riferiscono, esattamente come avviene per gli appellativi onorifici obbligatori nella lingua giapponese (San, Kun, Chan, Sama etc.).

In altre parole, è sbagliato dire “Sensei Tanaka”, mentre la dicitura corretta dovrebbe essere “Tanaka Sensei”.
Idem per tutte le altre parole sopra elencate, con l’esclusione di “Kohai” che, indicando una persona di grado inferiore, generalmente si omette. Questi termini, inoltre, non vengono mai usati, per una questione di etichetta, quando uniti al nome del parlante. Pertanto, se a parlare è un insegnante di nome Tanaka, questi non si riferirà mai a se stesso come “Tanaka Sensei”, ma solo come “Tanaka”, e in genere eviterà perfino di definirsi “Sensei”, preferendo la dicitura “Shidoin” (oggi va di moda, specialmente negli ambienti degli sport da combattimento, la parola inglese “Instructor”, letta, al modo giapponese “Insutorakutaa”. In questi stessi ambienti, si usa la parola “Senshu” – atleta – dopo il nome proprio del combattente, sebbene oggi appaia con frequenza sempre maggiore l’inglese “Athlete”, letto però “Asuriito”).

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