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Patrick McCarthy: la penna e la spada

di Stefano Censi

Se praticate karate e non avete mai sentito il nome Patrick McCarthy … Beh, io qualche domanda me la porrei.

412000_380761661984675_2132133294_oStorico di fama internazionale, esperto di arti marziali di vario genere, insegnante conosciuto in tutto il globo con più di quarat’anni di esperienza alle spalle, è semplicemente “il profeta” del karate (o l’Indiana Jones, sotto diversi aspetti). Credo sia un appellativo quantomeno appropriato per l’occidentale che per primo ha condotto una ricerca approfondita sul Bubishi, da lui appunto soprannominata “La bibbia del karate”, fino a tradurla in inglese. Qualcuno ne parlò anche come Karatedo Kurofune (“la nave nera del karatedo” in relazione ai vascelli americani che sbarcarono in Giappone tra il 16° e il 19° secolo).
Ma cos’è il Bubishi? Stiamo parlando di uno dei manuali orientali di lotta più antichi che si conosca, un testo che ha condizionato una fetta molto grande del karate oggi praticato nel mondo.

La vera domanda, mi chiederete voi, è: “E allora? Perché parliamo di Patrick McCarthy?”.

Il secondo week-end di giugno è venuto in Italia per tenere un seminario di Koryu Uchinadi.

Io ero lì, ma non ero certamente l’unico. Gente da tutta Italia e oltre (era presente anche una delegazione da Bristol, Regno Unito) era arrivata a Cesena per questo evento. Anche il pluricampione mondiale Lucio Maurino! Insomma: un evento a cui sarebbe stato meglio non mancare!

Tra dettagliate spiegazioni teoriche e pratiche, lezioni di storia, filosofia e “tattiche di difesa”, sembrava di essere in una vera e propria università! Non il solito karate da “camerata militare”. Non le solite grida di ordini meccanici e ripetitivi. Sto parlando di esercizi di sensibilizzazione a coppie con impatti percussivi (ie. ricevere i colpi sul proprio corpo), lotta a terra, leve, strangolamenti, bunkai ed henka.

In parole povere: karate.

Abbiamo imparato tutti davvero un oceano di cose, ma rimane comunque un peccato il fatto che sia durato solo dodici ore e poco più, ci sarebbe stato molto altro da imparare da un personaggio come lui (anche se credo che non sarebbe bastato un mese di pratica ininterrotta a soddisfarmi, ma lasciamo perdere).

Tra un’immobilizzazione e uno strangolamento, però, non potevo certo perdere l’occasione di intervistare un tale “Tesoro vivente delle arti marziali”, non viene mica in Italia tutti i giorni! Così, armato di carta, penna e un registratore, ho cominciato questa nuova impresa. Ne è valsa la pena. Ecco a voi il risultato!

Stefano Censi – Prima di tutto, grazie per avermi concesso questa intervista. Come mai ha iniziato la pratica delle arti marziali? Ha scelto subito il karate?

Patrick McCarthy – In Canada, dove sono nato, la scuola comincia a Settembre. Nell’Agosto del 1964, a Tokyo, si sono tenuti i Giochi Olimpici estivi. C’era un giovane canadese che partecipò per il Judo e vinse la medaglia d’argento. Era anche il campione nazionale e del mondo. Il suo nome: Doug Rogers. Il National Film Board of Canada lo aveva seguito e filmato per alcuni mesi prima e durante le olimpiadi e poi avevano mostrato questo film, un documentario, in tutte le scuole canadesi. Così, da ragazzo, ho visto questo filmato nel settembre del 1964 e dissi subito: “Questo è ciò che voglio fare! Ecco chi voglio essere!” e la settimana seguente mia madre mi iscrisse alla Saint John Judo Academy. Ecco dove ho cominciato. Nello stesso dojo, poi, nella branca della YMCA, c’erano anche corsi di karate. È lì che ho iniziato.

S.C. – Chi era il maestro lì?

P.M. – Si chiamava Adrian Gomes. Veniva dal Venezuela ed era uno studente universitario. Praticava Kyokushin karate.

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S.C. – Interessante! Lei è stato anche un atleta ad alti livelli in Nord America nel kata, nel kumite e nel kobudo. In che modo il suo periodo agonistico ha influenzato la sua successiva ricerca nel campo delle arti marziali?

P.M. – Mi ha influenzato in due modi. Numero uno: mi ha insegnato il valore dell’allenamento “antagonistico” (lett. Adversarial). Alla fine però ho scoperto che il vero avversario non era la persona che stavo sfidando. Il vero nemico ero io. Avevo quindi bisogno di compiere una ricerca dentro di me, non necessariamente fuori. Così le competizioni di karate sono state una parte molto importante della mia ricerca, poiché mi hanno aperto le porte per capire che non è importante la destinazione, l’arrivo, il possesso, quanto la ricerca. La parte fondamentale era il viaggio e doveva cominciare dentro di me. Ecco cosa ho imparato dalle competizioni di karate.

S.C. – Come mai, durante i suoi anni di permanenza in Giappone, ha cominciato la pratica del Katori-shinto ryu con Sugino Yoshio?

P.M. – Mi sono subito innamorato della cultura, la lingua, le persone, il cibo e alla fine delle donne. Ho sposato una ragazza giapponese e mi sono sistemato. Nel 1980 andai al Butokuden, Kyoto, per un festival di arti marziali. Dovevo fare una dimostrazione e ricevere dei diplomi. In quell’occasione assistetti a una dimostrazione di Katori shinto-ryu: lo guardai e fu amore a prima vista! A quei tempi praticavo anche Muso shinden ryu, sia eishin che jikiden, e il mio maestro era il figlio di un praticante molto famoso che aveva studiato con Nakayama Hakudo e Takano Sasaburo. Era molto bravo insomma. Ma appena vidi la differenza rimasi: “Wow! Voglio il Katori shinto-ryu!”. Il primo anno fu grandioso. Il mio stile di vita era cambiato, avevo davvero imparato ad abbracciare una nuova cultura. Sostanzialmente, ho imparato molto sul Giappone, ma, più importante, ho imparato molto su di me.

S.C. – Passiamo alla teoria degli HAPV. Perché ha deciso di sistematizzare questi tipi di aggressione e quali sono state le sue fonti e i suoi punti di riferimento?

P.M. – Ottima domanda, vorrei che più persone me la ponessero. Ogni volta che incontro qualcuno nel mondo del karate, il loro stile è sempre il migliore. Ok, lo rispetto, abbiamo tutti il diritto di credere che quello che facciamo sia il meglio. Lo capisco. Ma, per esempio, quando sono andato a incontrare i maestri a Okinawa e in Giappone, ho chiesto loro: “È questa la versione originale che hai appreso dal tuo maestro?” “Sì, è questa!” Ma poi andavo da un altro che si era allenato con lo stesso maestro e le sue forme erano diverse! L’attenzione non era tanto sulla funzionalità reale, quanto sulla forma, sulle uniformi, sulla “giusta associazione”, la propaganda e la politica. Ho sentito come se la pratica in quel modo e in quei dojo non indirizzasse con cura gli atti abituali di violenza fisica nell’ambiente civile e domestico. Così mi sono detto: ”Questo non è ciò che davvero succede in strada, a mani nude, uno contro uno.” Immagina un campione di karate con una busta della spesa in mano, piegato per entrare in macchina. Un tizio gli salta addosso da dietro. Non hai avuto tempo per fare riscaldamento, non sei in grado di far funzionare i tuoi calci laterali alti. Non capivo come potesse funzionare tutto ciò. Stavo facendo delle analisi comparative incrociate con viaggi in Cina, osservando forme di combattimento moderne e del Sud-est asiatico. Ero anche in contatto con Sayama Satoru, uno shoot-fighter, e un giovane del gruppo di catch wrestler chiamato UWFI, Takada Nobuhiko, che poi è diventato anche uno dei maestri del PRIDE. Sono stato compagno di lotta con questi ragazzi per tre anni, ho imparato molto da loro. Stavo anche compiendo analisi comparative incrociate con le arti marziali medievali ed europee senz’armi, solo a mani nude. Ho cominciato a scoprire cose esistenti qui in Europa molto simili a quelle in Asia: Arto di Manzia, qui in Italia, altri libri dal Portogallo, Spagna, gli olandesi, Hans Talhoffer e i suoi libri. Molto presto ho cominciato a capire: tutto questo non ha niente a che fare con il Giappone! Nulla con Okinawa, la Cina o l’Europa! Qui si parla dell’essere umano, uno contro uno, a mani nude. Ho iniziato a cercare un denominatore comune ed è capitato che stessi facendo un progetto di ricerca e stessi leggendo il Canone del Judo di Mifune Kyuzo. Parlava di meccanica, leve, principi e io ero: ”Ah, Jesus! Non può essere così semplice!“. Avevo studiato judo da bambino e il mio insegnate di jujutsu era il Professor Wally Jay, così per me fu un BFO (lett. Blinding Flash of the Obvious, Accecante lampo dell’ovvio), fu un’epifania! Mi venne incontro come in un sogno! Mi sono detto: “Non può essere vero! Devo subito rivolgere la mia attenzione alla meccanica, devo capire meglio questi 1096

principi. Ma… aspetta! L’ha già fatto qualcun altro: Archimede! Ci parlò lui delle leve, del cuneo, della ruota, dell’asse, della vite e della puleggia! Queste cose costruirono le piramidi prima dell’era dell’industrializzazione! E per l’accelerazione degli impatti ripercussivi, possiamo spostarci verso Isaac Newton. Così ho iniziato a studiare le moderne scienze applicate e le ho adattate all’antico. Avevo una vasta collezione di chiavi articolari, immobilizzazioni degli arti, deprivazioni di aria e sangue, azioni di sbilanciamento, fughe e contrattacchi, lotta a terra, impatti percussivi, diversi metodi di ricezione… Ho cominciato a sistematizzarli in set da 2 persone allo stesso modo in cui il katori shinto-ryu sistematizza ogni insegnamento in drills da due persone per culminare la pratica a solo. Per noi, il karate culmina la pratica nella rappresentazione a solo: eliminando la seconda persona nell’esercizio con la premessa contestuale degli HAPV, prendendo la pratica a solo delle applicazioni e ritualizzandole in degli schemi, da collegare poi insieme in una configurazione geometrica, otteniamo qualcosa di più grande della semplice somma delle singole parti. Ecco qui il kata. Appena scoperto questo, ho capito il bisogno di avere uniformi, cinture, propaganda, del “uno stile vs un altro”. Per la maggior parte era solo politica oppure erano le competizioni a decidere in che modo si possono ottenere queste cose, anziché stabilire come dovresti allenarti per ottenerle. Per fare un esempio, sei tu fossi un bodybuilder che vuole partecipare a Mr Universo, non dovresti certo fare allenamenti per la corsa, come la maratona, o mangiare vegetali come un coniglio! Ti servono duri allenamenti per la forza [ndt. mima un sollevatore di pesi] e cose così. Tutto questo mi ha spalancato le porte alla scoperta di qualcosa di più importante sulle “vecchie vie” del karate, rispetto ai moderni e nuovi percorsi del karate.

S.C. – Wow, davvero interessante! Secondo lei cosa dobbiamo aspettarci per il karate in futuro?

P.M. – Domanda ottima! Il karate è agli albori della sua renaissance (ndt. rinascita, rinascimento)! Guarda tutte le persone venute oggi per questo seminario. Sono venuto qui per l’ultimo stage nel 2012…

S.C. – Mi ricordo bene, ero lì anche io…

576690_502999199760920_1229561030_nP.M. – Puoi capire allora! Puoi vederlo. Insegno queste cose ormai da vent’anni. Vent’anni fa ero criticato da molti: “Oh, non capisce un bel niente! Ha inventato tutta questa schifezza di punto in bianco!”. Ora però queste stesse persone si complimentano a vicenda per ciò che criticavano di me prima. C’è molta ipocrisia là. Penso che nei prossimi venti anni questo modo di pratica l’arte si diffonderà. Non lo sport, l’arte. E non dico che lo sport sia una cattiva cosa: sono due facce della stessa medaglia. Lo sport, o il kumite, è lo spirito del karate. È fantastico per I giovani, li rende affilati come spade, in forma, fa bruciare I loro spiriti. Ma l’anima del karate risiede nelle sue pratiche applicative e nei suoi kata. Quando i giovani hanno finito con il kumite, possono “sistemarsi e lavorare”. Ora, però, in Occidente, ci sono persone che praticano ormai da quaranta, anche cinquanta anni. Vogliono imparare l’arte! Lo sento abbastanza spesso questo. Persone che hanno impiegato tre o quattro anni per imparare le basi di uno stile, diciamo Shotokan, e poi per I successivi trentacinque anni le hanno sempre insegnate tali e quali. Quando poi sono venuti a uno dei miei seminari e abbiamo cominciato con questi esercizi [indica I praticanti al seminario che si stavano esercitando in alcuni drills del Koryu Uchinadi], loro sono rimasti: “Oh mio Dio! Ho imparato più da te in tre ore che da negli ultimi trent’anni!” Ovviamente questo lo prendo per un complimento. È meglio impararlo ora che non farlo mai. Spesso sento: “Avrei voluto imparare tutto questo trent’anni fa!”. “Beh, non ero in giro trent’anni fa!” . Stiamo guardando indietro al passato per capire meglio il presente e prepararci al futuro. Dove penso che stia andando il karate? Penso verso questa direzione, verso la sua rinascita. Dal lato sportivo, probabilmente verso qualche sorta di organizzazione internazionale, qualcosa come le Olimpiadi, ma penso che sarà diverso da come lo vedi ora, con I kata intesi come una creativa forma di espressione.

S.C. – Abbiamo finito. Grazie mille per la disponibilità, è stato davvero interessante!

P.M. – Grazie a te e buona fortuna con l’intervista!

Detto ciò, non perdo l’occasione e regalo al maestro una bottiglia di “Lemonciello” (limoncello, detto con accento inglese), per cui mi hanno detto va matto, e poi subito si ritorna alla spiegazione del tuite-jutsu! Davvero un fine settimana incredibile. Sono queste le occasioni che ti fanno capire cosa voglia dire la parola “famiglia” riferita al karate. Ora capisco cosa voleva dire il maestro Sakumoto quando mi disse che “il karate dovrebbe creare un ponte tra i popoli”.

È doveroso, oltre che un piacere, ringraziare Marco Forti (capo istruttore per l’Italia e neopromosso Renshi del Koryu Uchinadi) e la sua squadra per l’organizzazione del seminario, Hanshi Patrick Mccarthy per l’immensa cortesia e disponibilità e tutti gli amici (vecchi e nuovi) incontrati in quel dì a Cesena. Grazie e a presto!

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Per le foto si ringraziano Giuseppe Morelli, Marco Forti e Patrick McCarthy.

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