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Il giovane Funakoshi

Un Uomo, un poeta, un filosofo, un karateka. Gichin Funakoshi è stato tutto ciò, a lui si deve la diffusione del karate nel mondo e gliene saremo eternamente grati, ecco la vita riportata in semplicità, proprio come egli era.

Funakoshi makiwaraNel mar della Cina del Sud vi è un’ isola dove si insegna un’ arte meravigliosa: Il Karate !
Purtroppo quest’ arte sta declinando e la sua propagazione è in dubbio.
Chi intraprenderà il grande compito di farla rivivere ?
Questo sarà il mio dovere !
Lo giuro davanti all’azzurro. (Cielo)”

Shoto

Questa fu la promessa di Shoto, questo fu il giuramento di chi con ogni forza alimentò il grande fuoco che si andava spegnendo “fra le quattro mura” di Okinawa, queste furono le parole dell’Uomo che tornò a far rivivere il Karate, l’antica disciplina tramandata oralmente fra pochi adepti. Gichin Funakoshi fu l’uomo che riuscì in tutto questo, anche se a ben guardarlo era un piccolo ometto di non grande statura, ciò che aveva da offrire andava ben al di la del suo aspetto. La sua vita parte dal nulla, da un piccola isoletta, questa è la sua storia, forse dimenticata, forse poco approfondita, che ogni praticante dovrebbe sapere e tenere a mente per dare risposta alle motivazioni che lo spingono a dare il meglio, la fotografia del Maestro non deve essere solo un vano ricordo da appendere alla parete del proprio dojo.

 

Un bambino deboluccio – Funakoshi nacque nel distretto Yamakawa-cho a Shuri, capitale reale dell’isola di Okinawa, il 10 Novembre 1868, anno in cui cominciò l’era Meiji, ma dai documenti ufficiali risulta nato nel 1870, ciò perché la famiglia dovette falsificare i documenti per via di una regola che imponeva solo ai nati da quell’anno in poi di sostenere l’esame per l’ammissione alla scuola media di Tokyo. Suo padre si chiamava Gisu ed egli era figlio unico di una piccola famiglia di funzionari di stampo tradizionalista nel rango inferiore degli  shizoku (o privilegiato). Tradizionalista è dire poco, se pensiamo che per tutte le nove decadi della sua esistenza, Gichin non ha mai ceduto ad alcuni aspetti della cultura proveniente dall’etichetta del suo villaggio. Si racconta infatti con ironia che il Maestro non abbia mai usato termini quali “calzini” o “carta igienica” proprio perché era per lui riferimento a cose indecenti. Suo nipote Ichiro, che lo definiva una persona ostinata, racconta che una volta infatti tentò di mettere dei calzini sul pavimento per vedere quale fosse la sua reazione: “Metti a posto quelli” “Quelli cosa ?” “Quelli, quelli” “Non conosci un termine per indicarli ?” “Ho detto metti a posto quelli immediatamente !”, l’anziano Funakoshi non cadde assolutamente nel tranello. Questo simpatico aneddoto ricorda quello “ostinato” amore per la tradizione, che non lo abbandonò mai. Se consideriamo che nacque prematuro, la famiglia lo considerò da sempre “deboluccio” ,come egli stesso si è definito nelle sue autobiografie, e non destinato a lunga vita, si aggiunge il fatto che fosse figlio unico e quindi era il più coccolato di casa da parte di tutti.

Un inizio per gioco – Come egli abbia cominciato a praticare il Karate è a dir poco curioso, come se fosse stato già tutto deciso dal destino, ammesso che esista. Durante la permanenza dai nonni e le prime educazioni della scuola elementare, il giovane Gichin ha un compagno di classe che va spesso a giocare da lui, è il figlio maggiore di Yasutsune Anko Asato, un uomo di alto rango (Udon) che viveva fra Shuri e Naha, a cui si legherà ben presto, che pratica, e ne è uno dei maggiori esponenti dell’isola, una misteriosa e mistica arte, alla quale di li a poco sarà attratto. In quel momento ha circa 12 anni. 

gichin funakoshi giovaneIl ragazzo del “bordello” – Il maestro Asato non era abile solo nel Karate di Okinawa, ma nel Kendo, nel Kyudo e nell’equitazione. Per il giovane Gichin fu una fortuna capitare sotto i suoi insegnamenti, ma l’arte di cui era padrone a quel tempo fu vietata per legge, era una disciplina che poteva vivere solo in gran segreto. Solo la notte poteva permettere la continuazione dell’arte. All’inizio Funakoshi non sentiva l’impellente passione della pratica, ma come egli ricorda, non appena quella crisalide di ragazzo ricordato da tutti come deboluccio sbocciò in una farfalla di nuova vita, sentì la passione scorrergli nelle vene. Usciva di nascosto la notte e andava lontano dalla casa dei nonni fino a casa di Asato, con una piccola lanterna quando la Luna veniva a mancare, i vicini che lo vedevano uscire di notte e rientrare all’alba erano arrivati alla conclusione che andasse nei bordelli. Gichin si allena duramente e il suo maestro pretende da lui la perfezione, gli fa eseguire un solo kata per giorni, settimane, mesi. Non di rado finiva sfinito sul polveroso pavimento, quasi a non riconoscere più quella fioca luce della lanterna che portava con sé e senza vedere più il suo Sensei nascosto dall’ombra. La pratica di un solo kata fu per lui all’inizio umiliante, ma poi ne capì ben presto i motivi, vedeva gli effetti direttamente sul suo corpo e sul suo spirito. Continuando negli allenamenti, Gichin cresceva arrivando a ventuno anni, come la società impone e come i sogni di un ragazzo si fanno sempre più forti, sente la necessità di dover cercare un lavoro, ma la fiaccola del Karate era ormai accesa e un futuro inaspettato lo attendeva di lì a poco.

Il racconto della vita di Gichin continuerà in un prossimo articolo

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