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Judo in Europa ed Italia

Il Judo in Europa e in Italia, breve excursus storico.

Europa
Yukio Tani
La storia del Judo e la storia sia in oriente che in occidente è legata in modo indissolubile a quella del Ju Jutsu, non solo infatti il Judo del Prof. Kano deve a questo  buona parte del proprio bagaglio tecnico, ma anche la sua diffusione in occidente ha avuto in un certo senso uno sviluppo seppur lievemente ritardato, in parallelo con la dolce arte. I Maestri di Ju Jutsu

dell’epoca infatti non trovando più terreno fertile per la loro disciplina, a causa della crescente popolarità del Judo del Prof. Kano, decisero di approdare in occidente. Già a partire dal 1901, si iniziava a parlare di lotta giapponese a Londra grazie all’opera di due Maestri giapponesi, Raku Uneyishi e Yukio Tani, che vantarono tra i loro allievi il campione svizzero  di lotta
libera Armand Cherpillod, che non solo acquisì i rudimenti di questa arte complessa e   meravigliosa, ma al quale dobbiamo anche il primo manuale in lingua francese che tratta in modo esaustivo l’argomento ( tradotto in italiano già nel 1906) e che ebbe opportunità d’insegnare ciò che aveva appreso ad alcuni ufficiali di marina durante un corso di lotta tenuto a Portsmouth nel 1905. Nello stesso anno Uneyishi riuscì ad aprire un Dojo a londra e suscitando curiosità e riscuotendo buone partecipazioni. Ben presto tra i vari occidentali che si dedicarono al Ju Jutsu spiccò un nome femminile Edith Margaret Garrud¹, una suffragetta che fece clamore per la sua abilità nella lotta a mani nude e che aprì le porte di questa disciplina a molte altre donne.

 Suffragette

Per diffondere il metodo Kano, dal 1902 al 1907 soggiornò in America Yoshiaki Yamashita (nel 1935 ottenne il 10° dan, il grado più elevato), che ebbe tra i suoi allievi il presidente Roosevelt. Una Yamashidaprova dell’interesse statunitense per il jujitsu è la sua inclusione nel programma delle Olimpiadi del 1904, inizialmente assegnate a Chicago. Il jujitsu fu poi depennato dal programma dei Giochi di Saint Louis, scelta al posto di Chicago in virtù della concomitante Louisiana Purchase Exposition.
A partire dal 1918, con la fondazione del Budokwai, si inizia a parlare in modo più insistente di Judo all’estero grazie all’opera del Maestro Gunji Koizumi. Altra figure rilevante nella diffusione mondiale del Judo sarà a partire dal 1928 Mikonosuke Kawaishi, riconosciuto storicamente come uno dei  padri del judo europeo, che tuttavia sviluppò e diffuse un metodo di judo molto personale che si distaccava profondamente dal metodo Kodokan. A partire dal 1° Ottobre 1938 Kawaishi all’epoca 4° Dan fa il suo arrivo in Francia che lo vedrà profondamente impegnato nella diffusione del suo metodo di judo fino alla sua scoparsa. A lui si deve il metodo “ordinale” della classificazioni delle tecniche e  l’assuzione delle cinture colorate per la diversificazione dei Kyu. 
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Altro Judoka che si distinse per il lavoro di larga diffusione del judo fu Hanho Rhi Sha Bom, 7° Dan, considerato il padre del judo svizzero.  A seguito della Grande Guerra si dedicò al movimento di liberazione coreano facendosi valere nella lotta agli invasori, che lo costrinse ben bestro ad abbandonare la patria sotto mentite spoglie. Passò così 3 anni a shangai dove riuscì a terminare gli studi universitari. Si trasferì così in Germana dove passò altri 3 anni. Dal 1925 è in Svizzera, a Zurigo sempre come studente e dopo 4 anni appena si nel 1929 proprio a Zurigo fonda un Club di judo con 12 giovani. 
Instancabile e paziente si dedicò con cuore ed anima alla diffusione sia del Judo che del Kendo. Si fece riconoscere inoltre come calciatore nella lega nazionale, praticò baseball, equitazione e tiro con l’arco.  Durante la triste parentesi della WWII fu incaricato di istruire al judo durante i corsi militari nella scuola reclute. Nel 1957 dopo 40 anni di esilio, rientrò finalmente in patria dove quasi 300.000 judoka coreani lo accolsero con festeggiamenti calorosissimi, chiudendo così la sua esperienza Europea e Svizzera. 

Italia

I contatti tra i marinai italiani e quelli nipponici, consolidati al tempo della rivolta cinese dei Boxer (1900), favorirono la diffusione delle tecniche di Ju Jutsu anche tra i nostri soldati, incuriositi e affascinati dall’abilità dei guerrieri della terra del Sol Levante nel combattimento. La vittoria giapponese sulla Russia (1904-05) accrebbe l’ammirazione per quel popolo che era riuscito in pochi lustri, dalla sua liberazione dal suo interminabile medioevo feudale avvenuta solo nella seconda metà dell’Ottocento, a conquistarsi un posto di primo piano tra le potenze mondiali. Ben presto nel mondo si cominciò a parlare degli invincibili samurai e del loro codice d’onore, che Inazo Nitobe descrisse meticolosamente nel libro intitolato “Bushido”  divenuto ben presto famoso e tradotto per la prima volta in italiano nel 1917.
Domata finalmente la rivolta xenofoba dei Boxer, l’Italia ottenne una concessione a Tientsin che gli permise di prolungare il  soggiorno cinese fino al 1943, allargando così i propri interessi in Estremo Oriente.
Le notizie riguardo i metodi di lotta giapponesi che arrivarono in Italia convinsero il Ministro della Marina Carlo Mirabello a organizzare un corso sperimentale sull’incrociatore Marco Polo. Il Capitano di vascello Carlo Maria Novellis, Responsabile della nave che stazionava nelle acque della Cina, venne incaricato quindi di assumere a bordo un istruttore di Ju Jutsu.

Novellis trovò, dopo non poche ricerche,  a Shanghai un insegnante che godeva la fiducia del console giapponese. Il 24 luglio 1906 venne dunque stipulato un contratto di quattro mesi, tempo che il maestro giudicava «necessario e sufficiente per portare gli allievi ad un grado di capacità tale da renderli abili ad insegnare alla loro volta».
Il corso si sarebbe svolto a bordo e al termine gli allievi migliori avrebbero sostenuto gli esami.
A seguito di un mese di allenamento intensivo, Novellis comunicò a Mirabello d’aver selezionato sei marinai al fine di farli seguire dal medico di bordo nel loro sviluppo fisco per conoscere «quali requisiti fossero di principale importanza per conseguire un notevole grado di perfezionamento in quella ginnastica». Tutto sembrava procedere per il meglio e Novellis, soddisfatto dei risultati raggiunti a metà del corso, ordinò che i marinai, sotto la guida del maestro, impartissero a loro volta lezioni ad altri individui dell’equipaggio. Alla fine di Settembre il Marco Polo attraccò nel porto di Yokohama e dopo pochi giorni, i marinai selezionati precedentemente dal Capitano Novellis sostennero gli esami al Kodokan il cui esito è qui riportato di seguito:

«Pur avendo raggiunto, relativamente al breve periodo di istruzione, un notevole grado di abilità, gli allievi del “M. Polo” hanno ancora molto da apprendere. E ciò appare cosa naturalissima, se si tiene conto dell’unanime opinione del presidente e di tutti gli insegnanti del Kodokan, i quali ritengono essere necessario un periodo di lezioni non inferiore ai tre anni per formare un buon insegnante di Jujitsu. Ritengono gli stessi professori che l’istruttore attualmentearruolato sul “M. Polo”, e che ho anche fatto sottoporre ad esame, pur essendo abbastanza abile, non può insegnare ai suoi allievi più di quanto egli sa: ed essendo personalmente all’altezza di un allievo della classe media, aveva perfettamente ragione nell’asserire che in quattro mesi avrebbe portato gli allievi alla sua altezza, la quale però è ben lungi da quella di un buon insegnante di Jujitsu».

Ecco quindi che la prima parentesi del Judo Italiano si concluse negativamente. 
Per evitare altre situazioni imbarazzanti Novellis pensò allora di richiedere un insegnante proprio al Kodokan. Il Prof. Kano, «reputato la personalità più competente nell’arte del Ju Jutsu», consigliò quindi di assumere a bordo due Maestri, con contratto biennale e facoltà di rinnovo, alla cifra di  L. 1.600 mensili « spese di viaggio, pel caso di invio degli istruttori in Italia» non comprese. L’ingaggio di un solo insegnante avrebbe comportato la spesa di L. 900 mensili.
Nonostante le pressioni di Novellis, al fine di sapere se il corso avrebbe avuto luogo in Estremo Oriente o sul Marco Polo, in procinto di rientrare in patria, il ministro non diede alcuna risposta, molto porbabilmente contrariato del precedente “contrattempo” e incerto riguardo il  gettare al vento o meno una non lieve somma. Nel mese di  dicembre, comunque, Novellis effettuò una visita all’Accademia Navale di Etajima, assistendo agli esami di Ju Jutsu e convincendosi sempre più della notevole importanza di quella disciplina.

Nel mese di dicembre, comunque, Novellis effettuò una visita all’Accademia Navale di Etajima, assistendo agli esami di Ju Jutsu e convincendosi sempre più della notevole importanza di quella disciplina.

E’ il 1907 e le gare semestrali previste dagli ordini del Ministero della Marina vengono disputate a bordo del Vesuvio. IL sottocapo cannoniere Raffaele Piazzolla vince contro il cannoniere scelto Carlo Oletti, un giovane torinese che poi sarà autore di uno dei primi manuali di “lotta giapponese” di mano italiana e che avrà una enorme influenza sulla diffusione del Judo in Italia.

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La pratica del judo ebbe quindi l’opportunità di esprimersi prima nel mondo militare e poi, successivamente anche i civili ebbero accesso al suo mondo, grazie a quei pochi che riuscirono ad acquisire nel giro di pochi mesi le sue basi. Questo diede vita ovviamente a una serie di fraintendimenti circa la sua forma, come l’uso soprattutto della forza fisica a discapito del “JU” e la totale assenza della preparazione morale al suo “DO” alla via spirituale che in Giappone aveva rappresentato e continuava a rappresentare.
Un aneddoto interessante circa questi fraintendimenti e la gran confusione che regnava nel mondo di questa disciplina , riguarda la traduzione del termine “JUDO” che non era di certo “via della cedevolezza”, ma “rompi muscoli”.

A partire dal 1922 Carlo Oletti insegnerà infatti nella palestra della “Giovine Italia” e a partire dal 23 nella “Cristoforo Colombo” che passò alla storia come una delle società sportive italiane più forti in questa disciplina e che vide ben presto i suoi più fedeli cultori costituire la Federazione Jiu-Jitsuista Italiana.
Nonostante i grandi sforzi dei suoi appassionati, il Judo/Ju Jutsu avrà molta difficoltà a farsi conoscere. Una delle svolte storiche del Judo si ebbero a seguito di una grande manifestazione organizzata dalla “A.S. Trastevere” e dal quotidiano “L’ Impero” che vide l’eccezionale partecipazione non solo di un esperto giapponese quale Mata-Katsu Mori, pedagogista ospitato dal poeta Harukichi Shimoi (Ardito ed Amico di Gabriele D’annunzio) ma soprattutto l’intervento del Prof. Kano Jigoro, fondatore del Kodokan Judo, che essendo venuto a sapere di questa iniziativa durante un viaggio a Parigi decise di prolungare il suo viaggio fino ad arrivare a Roma.
Questo intervento di eccezionale importanza diede modo a “L’Impero” di dare ancor più risonanza all’evento. Proprio durante questo soggiorno romano, il Prof. Kano accompagnato dal poeta Shimoi in veste di interprete, rilascerà una intervista del quale abbiamo un brano grazie al contributo del Sig. Toschi Livio.

«Il Judo è l’arte di utilizzare col massimo rendimento la forza umana: utilizzare la forza umana vuol dire farle assumere diverse forme e farle raggiungere diversi risultati. Combattere per la gioia di vincere, cercare la robustezza del proprio fisico, coltivare la forza senza perdere nulla in scienza e in intelligenza, migliorare l’uomo rispetto alla vita sociale: ecco i fini che deve avere uno sport che vuole rendersi utile nella vita di una razza e di una nazione. Ed ecco ciò che si propone il Judò, il quale non ha solo lo scopo di educare il corpo, ma vuole anche plasmare moralmente e intellettualmente l’individuo per formarne un ottimo cittadino […].

Per questo il Judo in Giappone non viene considerato come un’arte, ma come una cultura, che oltre ad offrire un’utilità immediata con la difesa personale per la vita, rinvigorisce i sentimenti migliori dello sportivo e dell’uomo».

La dimostrazione ebbe un gran successo. Il Prof. Kano lusingato da tanto impegno mostrato per l’allestimento dell’evento si persuase a rimanere a Roma al fine di tenere una conferenza di pratica e teoria del Judo.
Il Maestro Mata-Katsu Mori decise di trattenersi invece più a lungo nella capitale e prese il posto di docenza presso la “società ginnastica Roma” al fine di migliorare il livello tecnico dei praticanti. A seguito della manifestazione ebbero luogo i primi esami per l’assegnamento della qualifica di Maestro e nel 29 il quarto campionato iltaiano.

Tuttavia a partire dal 30 gli animi si freddarono e sul judo calò il sipario per un decennio.

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Sulla Via del nebuloso Do.

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