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Complemento

Fu Bruce Lee a coniare il meraviglioso motto “la tua tecnica è la mia tecnica”. Ma che significa?

 

complementare-squareOvviamente non siamo nella testa di chi ideò questa frase, ma possiamo cercare di risalire al messaggio che le sue potenti parole trasmettevano tramite degli approfondimenti.

A un livello superficiale “la tua tecnica è la mia tecnica” si può intendere come lasciare che sia l’avversario a muoversi per primo e poi reagire di conseguenza. Converrete con me con il fatto che non posso parare se non mi si sferra un attacco, posso anche eseguire il gesto della parata a vuoto, ma posso dire di aver realmente parato? Credo proprio di no, dunque l’attacco (“la tua tecnica”) avrà la sua parata (“è la mia tecnica”). Questa è una prima spiegazione.

 

Lo stesso motto può essere usato per quanto riguarda l’attacco, infatti sferriamo il nostro colpo in maniera non casuale (a meno che non si tratta di principianti), attacchiamo secondo il contesto: ambiente, aperture varie della guardia, in base alla natura dell’avversario e così via. In questo caso è il contesto, che può dipendere anche dall’esterno oltre che dal nostro avversario, a determinare “la tua tecnica”, noi attacchiamo in maniera mirata, nella maniera che richiede la situazione, questo completa la frase con “è la mia tecnica”.

Facendo un esempio per assurdo che ci faccia capire ancor meglio il concetto, sarebbe possibile per un pugile affrontare un samurai? Il pugilato non offre tecniche adeguate per fronteggiare un avversario armato di una delle migliori (se non la migliore) spade che l’uomo abbia mai creato (la mitica katana!), magari il samurai in questione è agghindato con un resistente yoroi (armatura).

Capiamo bene che una soluzione migliore potrebbe fornircela il Jujutsu . Grazie ai suoi colpi, ma soprattutto alle sue leve e proiezioni, quest’arte era di grande aiuto ai samurai che malauguratamente nella frenesia della battaglia rompevano o perdevano la loro spada, grazie a questo modo di agire potevano lussare o rompere le articolazioni anche ad avversari muniti di armatura o magari potevano abilmente sfilare dalle mani la katana all’avversario per finirlo con la sua stessa arma.

Dunque dobbiamo comprendere che non possiamo muoverci in un modo prefissato solo perché il nostro stile ce lo impone, perché è stato praticato in quel modo da tanto tempo, perché è l’ultima moda delle arti marziali o per qualsiasi altra ragione. Una forma di combattimento che perda di vista il confronto non può essere definita “marziale”.

Sarebbe errato pensare che il Jujutsu sia nato in seguito all’arte della spada, le due cose sono complementari! Dal momento che c’era uno c’era l’altro, dal momento che c’è il bene c’è il male, dal momento che c’è il caldo c’è il freddo, dal momento che c’è il giorno c’è la notte.

Tutto questo richiama alla mente il simbolo del Tai chi (da non confondere con l’arte marziale Tai chi chuan che ha preso a prestito il nome dal principio), questo simbolo meglio conosciuto come Yin e Yang (in realtà queste sono le due componenti del Tai chi) fa comprendere molto bene le parole di Lee, ogni tecnica ha il suo complementare, bisogna creare armonia con l’avversario tramite la giusta tecnica, dunque “la mia tecnica è la tua tecnica”.

Capiamo bene che le nostre azioni per essere adeguate al contesto globale di uno scontro devono essere eseguite intuitivamente, ciò non significa sempre improvvisare, anzi dovremmo allenarci sempre intelligentemente e molto spesso con strategie preordinate in modo da acquisire (alcuni potrebbero sorridere leggendo “acquisire” dopo aver dato un’occhiata al principio di Michelangelo) un repertorio tecnico abbastanza vasto da riuscire ad essere sempre il complemento del nostro avversario!

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