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Non so dove mettere i piedi!

di Stefano Censi

“Hai! Zenkutsu-dachi! Più bassa! Più bassa!”

Quante volte si sentono queste grida per il dojo. Quante volte si impreca (internamente, ovvio) contro quello che le urla, tentando però di fare quello che dice perché vogliamo migliorare.

La nostra vita (intesa come più del semplice vegetare) si basa sull’interazione con il mondo esterno, resa possibile dai nostri sensi e dalla possibilità di muoversi. Appena nati, apriamo gli occhi e osserviamo ogni oggetto senza sapere nulla su di esso. Fasci di fotoni colpiscono la nostra retina e il nostro cervello immagazzina informazioni, un megabyte dopo l’altro. Alziamo subito le mani, usiamo le dita per afferrare qualcosa di questo nuovo ambiente e poi ce la mettiamo in bocca per “conoscerla meglio”. Mese dopo mese impariamo a muovere anche i nostri arti inferiori, dal semplice gattonare fino al correre. Passano gli anni e i gesti diventano più precisi, ora delicati, ora forti. Nascono in questo periodo i geni musicali (chi non conosce Sungha Jung?) e sportivi.

A me non piace molto l’eccessiva specializzazione in età precoce, ma tant’è… Qualcuno di questi bambini inizia magari un corso di karate ed eccoci tornati alle grida iniziali.

Ma le posizioni a cosa servono?

Zenkutsu. Kokutsu. Kiba. Shiko. Neko-ashi. Sagi-ashi. Sanchin. Musubi. Heisoku. Moto. Sochin. Aggiungete ora il suffisso –dachi ed è fatta. Le troviamo nei kata e nei kihon. Nel Kumite si trovano tutte, con passaggi istantanei da una all’altra.

Ognuna ha della caratteristiche proprie, che cambiano da scuola a scuola (da maestro a maestro spesso).

Prendiamo zenkutsu, per esempio. Qualcuno dice che il ginocchio della gamba avanzata vada sopra il secondo dito del piede, altri sopra il tallone, altri ancora tra questi due. Se ci fosse un principio fisico per
questa posizione, non pensate che la versione funzionale sarebbe una sola? Qual è questo principio? Qual è la vera zenkutsu-dachi? Quando la trovate chiamatemi…

Quindi, per cominciare, ecco a voi la Top 3 dei “significati” delle posizioni di karate!

1) Indicano dove si deve indirizzare il peso

Gamba avanti piegata, peso avanti. Gamba dietro piegata, peso dietro. Entrambe piegate, peso nel mezzo. È abbastanza immediato. La cosa che forse sfugge è che in un’aggressione non potete permettervi il lusso di stare in zenkutsu-dachi o neko-ashi-dachi, per due semplici motivi: spazio e tempo. Se siete in un pub non avete tanta libertà di movimento (sgabello, tavolini, persone intorno, i vostri vestiti che non sono karategi) da potervi mettere in una posizione talmente scomoda (per non parlare della kokutsu-dachi). Inoltre non avete il tempo di fare riscaldamento (oppure siete solo tirati) e le caviglie non riescono a tenere alcune posizione facilmente.

Le posizioni che troviamo nei kata sono solo indicazioni. Ci dicono solo se spostare il peso avanti, di lato, indietro, eccetera. Non è un caso che molti kata che si trovano in molti stili diversi abbiamo posizioni simili con “indicazioni” pressoché identiche (neko-ashi-dachi che diventa kokutsu-dachi). Non è una cosa che soltanto noi karateka abbiamo: posizioni simili alle nostre si trovano in ogni arte marziale! Non abbiamo inventato niente, né usiamo strumenti chissà quanto originali. Le ginocchia hanno un ROM (range of motion) più o meno uguale in ogni essere umano. Certo, qualcuno le avrà più lasse o più rigide, ma nessuno potrà mai estendere una gamba fino a 270° senza romperlo. Shiko-dachi (lett. “posizione con 4 lati”) è la stessa in sumo, aikido, kobujutsu, karate, tai-chi, ringen (la lotta medievale nord-europea) e chi ne ha più ne metta. Anche nello strappo e slancio olimpico. Potete anche farla diversa da come è fisiologicamente richiesto, con le ginocchia che cadono fuori dalla sagoma dei piedi, ma poi non lamentatevi se la riabilitazione costa tanto…

2) Hanno un loro bunkai (applicazione) in sinergia con la parte superiore del corpo

Camminare è da tutti. Correre un po’ meno. Il tiptap invece lo praticano in pochi.

Più l’azione con i piedi è complessa e più richiede una coordinazione con non tutti hanno e/o sono disposti a ottenere con l’allenamento. Le gambe sono più grandi e distanti dal corpo delle braccia, oltre che meno articolate. Non è facile controllarle. Nei kata le posizioni “nascondono” (o semplicemente siamo ciechi noi che non le vediamo) delle applicazioni pratiche. Una posizione, se usata a corta distanza, può servire a colpire o mettere in chiave articolare ginocchia e caviglie. Spesso servono anche come sistema di squilibrio, se non diventano addirittura una proiezione. Questi meccanismi possono adattarsi a molti (se non tutti) kata, basta conoscerli e applicarli.

Un esempio lampante è il kata Naifanchi (o Tekki). L’incrocio delle gambe per passare da una posizione all’altra si apre a una sfera infinita di interpretazioni, in base alla preparazione di ogni praticante.

Attacchi: ginocchiata, tallonata, spazzata, pestoni, calcio, leve, pressione dei kyusho (con le dita dei piedi, avete capito bene).

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Difese: con le tibie o con i piedi. Esterne o interne.

Movimenti: rotazioni (di qualsiasi ampiezza), passi laterali, schivate.

Il limite: la vostra fantasia e il vostro studio.

3) Form over function

Le persone spesso pensano che grande equivalga necessariamente a meglio. Con uno schiocco di dita le posizioni si sono allungate e abbassate. Moto-dachi, piccola, comoda e stabile diventa una zenkutsu-dachi eccessivamente lunga e bassa.

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“Figlio degenere…”

E succede anche con la shiko-dachi!

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Anche se a me quella di Diaz non dispiace troppo, esteticamente parlando…

Ma si sa, il mondo è fatto a scale: chi scende e chi sale.

Le posizioni si alzano anche…

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Perché tutto ciò? Comodità, sport, canoni estetici diversi, vedono l’efficacia in maniera diversa dai loro predecessori.

Che dire di più? Molto in realtà, ma voglio lasciare a voi il compito di trovare altri significati. Non è elettrizzante fare gli Indiana Jones delle arti marziali? Cercare manuali antichi, analisi comparative incrociate, incontrare persone nuove , visitare posti sconosciuti…

“To see the world, things dangerous to come to, to see behind walls, draw closer, to find each other, and to feel. That is the purpose of life.” The secret life of Walter Mitty

Live the dream.

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