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Kwatsu, arte di vita

Kwatsu di rianimazione

Approccio semantico , storico e culturale alle tecniche di rianimazione giapponesi

Kwatsu: contrazione fonetica di Kua (vita) e Tsu (contrazione di Jutsu che significa arte) insieme prendono dunque il significato di “arte di vita”, arte di riportare alla vita.
Per essere precisi parlando dell’insieme di queste tecniche si dovrebbe usare il termine Kwappo, contrazione di Kwatsu e Ho, il quale significa “insieme” o “metodo”, cioè metodo di rianimazione.

Il Kwappo è il ramo più esteso del sei-fuku, termine formato da “sei” che significa autentica e “fuku” che significa restituire o ristabilire, quindi l’arte di trattare i traumi.

Oggi giorno adottando lo stratagemma della sineddoche, si è conservato solo il termine Kwatsu, ma c’è comunque da fare una distinzione tra le varie tecniche che possono essere di rianimazione o antalgiche.

Kwatsu

Breve inquadramento storico

Il kwatsu compare al termine del Sengoku-jidai (epoca delle guerre civili: 1490-1600). Lo si ritrova con pittoresco esoterismo nei Densho (libri segreti delle scuole del Bugei) e parzialmente esposto nei primi testi di Judo, come quello del Capitano Handckok intitolato “Kano Jiujitsu” edito nel 1906 e successivamente, quasi come una nota di colore in Judo-Kodokan (1956).

 

Questa pratica nasce nelle scuole di Ju Jutsu, la cui prima Ko-ryu ufficialmente registrata è Takenouchi ryu fondata nel XVI secolo e tutt’ora esistente. A seguito dell’unificazione del paese ad opera di Yeayasu Tokugawa, ed alla smobilitazione dei guerrieri a causa di questa, il Giappone assiste ad un fiorire crescente delle scuole civili di Ju Jutstu.

old sam 2La casta Samuraica, rigidamente educata al Bushi-do, ( la via del guerriero, sostanzialmente diversa dal successivo Bu-shi-do, Suprema Virtù Militare, influenzato dal neo-confucianesimo Tokugawa e mirante a instillare il patriottismo a tutto il popolo) e al suo codice d’onore, che forse non chiedeva troppa lealtà, come infiniti episodi storici dimostrano, vietava ai Samurai un lavoro comune. Il guerriero preferiva  trascinarsi straccione e affamato piuttosto che prendere in considerazione l’idea di mescolarsi al popolo in un attività produttiva o addirittura commerciale.Costretto dagli stenti, diventava saccheggiatore e bandito. (Di questo abbiamo testimonianza anche grazie ai film storici quali  “i 7 samurai” di Akira Kurosawa) L’idea di insegnare a difendersi a chi ne provasse necessità, offriva un compromesso accettabile. La legenda vuole che così Takenouchi ebbe in sogno l’ordine di impartire lezioni di maneggio del wakizashi, e come catturare un prigioniero, da una divinità. Ne nacque il primo ju jutsu, che conservava la tradizione di combattimento nei clan militari ed evolveva adattandosi ai bisogni della gente  nelle scuole civili. Intanto la pace riapriva i commerci con il Continente e con essi giungevano anche ondate di novità. Certo ci fu un’influenza del Wu-wei  (oggi detto kung-fu), ad esempio con Chen Yuan Ping, maestro vasaio del daimyo di Owari, e anche una nuova medicina come dimostra la leggenda di Shirobey  Akiyama.

 

 


Gli uomini che hanno creato queste pratiche avevano una conoscenza profonda dell’essere umano nella sua totalità e questo non trova riscontro in quel che sappiamo della medicina giapponese dell’epoca. Vi è quindi un’incongruenza piuttosto evidente tra progresso medico e pratiche esoteriche di guarigione. I primi kwatsu sviluppati ebbero come compito la rianimazione dai colpi; poi l’evoluzione delle tecniche del Ju jutsu richiese il soccorso ai soggetti alle tecniche di soffocamento, agli  impiccati e agli strangolati. Con l’avvento della Restaurazione Meiji (1868) il Giappone si trovò a dover effettuare una assistenza medica più capillare ed i maestri della dolce arte vennero utilizzati come “medici scalzi”, ne derivò così che il kwatsu dovette includere  il soccorso agli annegati e ai folgorati (l’uso dell’energia elettrica avanzava più velocemente della costruzione di strutture ospedaliere moderne e le masse ne ignoravano i pericoli).


Nel Kwatsu si distinguono tre livelli di perdita di conoscenza: nel più superficiale il soggetto ha ancora degli spasmi epilettici, rigidità e convulsioni; nel successivo (frequente in soggetti stanchi o deboli, oppure prolungando l’azione di offesa) il corpo è abbandonato ‘come uno straccio bagnato’; l’ultimo è l’arresto cardiorespiratorio. Al fine di poter risolvere i casi più seri l’esecutore deve essere in grado di trasferire il “ki” attraverso l’atto manuale e, si dice,  anche attraverso il kiai.

 

Il mondo del kwatsu

La tradizione vuole che un esperto sia tale dopo 600 ripetizioni reali di una singola tecnica. Oggi quasi nessuno padroneggia questo livello per un singolo kwatsu e forse nessuno padroneggia due o tre tecniche, delle centinaia che sono descritte sommariamente nei Densho e solo una dozzina sono ancora padroneggiate e conosciute nei particolari.
Il kwatsu si insegna di notte, perché le ore che conciliano il sonno coincidono con un momento favorevole dell’energia del corpo per subire e risolvere uno strangolamento. Nelle dimostrazioni l’azione di strangolamento si limita ad un livello molto leggero, del primo grado di perdita di conoscenza. Da sempre ciò avviene a lume di candela o comunque con una luce fioca. Poi l’aspirante apprendista deve prosi a fianco di un maestro, anche per anni, attendendo le occasioni per assistere e praticare le prime rianimazioni. Quando la sua pratica avrà conquistato la fiducia dell’esperto che gli ha insegnato, sarà autorizzato ad assumere responsabilità di insegnamento.

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Fonti: Kyu-Shin-Do: articolo a cura di G. De Micheli
         Kwatsu di Rianimazione – Eric De Winter

 

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Sulla Via del nebuloso Do.

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