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Ho perso per colpa tua

Il perdente o loser. In ambito marziale è condizione necessaria per migliorare

loser sconfitta perdere garaPartendo da fatti recenti che hanno causato non pochi dibattiti e discussioni e tralasciando gli atteggiamenti di chi vince, vorrei in questa sede usare la mia empatia, invece, per chi perde.

Col tempo è diventato un dato di fatto, ma seppur ingoiando un boccone amaro si può affermare che anche il Karate è formato da persone che non possono accettare di perdere una gara. Questi praticanti costantemente, protestano il punteggio, o danno la colpa della perdita agli arbitri, o puntano il dito contro qualcosa di diverso da se stessi. Non si accetta il fatto che non si abbia vinto.

Perdere con dignità è un aspetto fondamentale nel Do. Perdere è una componente altrettanto importante nella propria  formazione e in quella nel Karate.

Quando l’arciere sbaglia il tiro non incolpa l’arco o la freccia, ma ne cerca la causa in se stesso.

Questo è un antico detto del sistema giapponese del kyudo (tiro con l’arco). Se il kyudoka manca il suo obiettivo, non incolpa la sua freccia o l’arco, o il suo sensei per gli errori, piuttosto guarda dentro di sé e scopre la sua debolezza. Egli cerca di intensificare l’allenamento due volte più forte e pratica la sua tecnica con sforzo sincero. Perdere diventa un modo per ricordare questo kyudoka che praticare costantemente e di più, è necessario.

E quanti karate-ka sono sconfitti prima che la battaglia sia nemmeno cominciata ? Si da la colpa all’arbitro, o alla scorrettezza dell’avversario o alla poca preparazione di quest ultimo.

Arbitri e giudici di gara sono spesso messi in prima linea quando si tratta di errori soggettivi, ma non dobbiamo dimenticare che tutti gli arbitri sono esseri umani e possono sbagliare, tale stesso discorso, il karate-ka deve farlo a se stesso. Questa lancia a favore degl’arbitri non vale per coloro che adottano preferenze personali per i concorrenti (fare discorsi tipo: premiare sempre e comunque un campione già affermato a livello nazionale, avendo già ben chiaro che vincerà) o che impiegano un’attività che non è frutto di una comprensione del Karate sufficientemente matura.

Molto spesso anche i genitori dei praticanti ci si mettono e protestano insieme ai figli. Se è deplorevole un karateka che va contro un arbitro, figuriamoci una persona esterna che da ragione al proprio figlio a prescindere. Mi dispiace molto per i praticanti con simili genitori, davvero.

Per quanto riguarda l’aspetto pratico/tecnico o psicologico, può aiutare l’analisi dei tre modi per perdere.

La vita è piena di dure critiche, non importa dove si va e ciò che si fa, ci sarà sempre chi giudicherà cosa fai, come lo fai e chi sei, ma c’è una buona notizia: si può sempre migliorare. Che si tratti di una persona che ci offenda o di un kumite arbitrato perduto, nel primo caso ci si deve interrogare pensando “è vero ciò che dice?” e decidere un approccio sincero a come si è, nel secondo caso siamo messi di fronte a una realtà dei fatti (il perdere) e bisogna quindi chiedere a se stessi “come è successo ? Ci sono colpevoli ? Perché è imporante vincere ? Perché non lo è ?”

In linea di principio conta che perdere con dignità è importante come vincere con grazia. Fare ciò è riconoscere un valore nell’avversario e proiettarsi in un’ottica del “mi rifarò” detto senza voler vendicarsi, anzi, con spirito positivamente competitivo, perché quando si tornerà in palestra si darà il 101 % (al di la dei propri limiti, quegli stessi malfattori che forse hanno causato la sconfitta). Mentre la maggior parte di noi nella società moderna pensa che il perdente tende a svanire nel dimenticatoio, la realtà è che, invece, un karate-ka che perde con dignità viene ricordato in maniera più rispettabile e dignitosa rispetto a quelli che perdono in modo meschino e vendicativo.

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Sulla Via del nebuloso Do.

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