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Iniziativa, non attacco

Parliamo del famoso Karate ni sente nashi, uno dei principi più cari a Funakoshi, evitare un attacco sconsiderato

karate ni sente nashi nijukunSi suole dire che nel karate gli arti propri o dell’avversario vadano considerati come vere e proprie spade. Partendo da questa opinione, possiamo riflettere sul fatto che possiamo essere artefici di vita o di morte, sia che si tratta dei nostri colpi o perché no, se si tratta di ferire con l’uso delle parole, in maniera indiscriminata.

Anticamente i samurai sostenevano la regola morale del “non sguainare mai la spada per un motivo inutile”, regola che era incluso nel bushido, la condotta del guerriero che voleva essere onorevole. Perché auto-imporsi questo limite ? Prima di poter dar luogo a una qualsiasi reazione, l’uomo che doveva forgiare lo spirito ad essere forte, doveva sopportare oltre ogni misura qualsiasi evento ed accettarlo, solo quando la pazienza è completamente terminata e non è possibile andare oltre si è legittimati ad agire.

Non a caso l’epitaffio a Komamura del fautore del nijukun che stiamo analizzando, sensei Funakoshi, ovvero la scritta sulla tomba del maestro è: “Karate ni sente nashi” (空手に先手なし) che può essere verosimilmente tradotto in italiano con “Nel karate non vi è iniziativa”. Attenzione: molti hanno tradotto con attacco al posto di iniziativa, il che ha confuso molto i praticanti sia negli allenamenti che in situazioni di pericolo per strada, perché l’assenza di attacco è inverosimile in un combattimento, soprattutto non si pensa alla morale cavalleresca in una situazione fra la vita e la morte.

 

Possiamo capire perché Funakoshi era così legato a questo principio, dalle parole del suo maestro Itosu, che sottolineava come il fine del karate è quello di evitare di colpire gli altri con calci e pugni come principio fondamentale e intenzione a cui bisogna attenersi. Non sferrare il colpo mortale anche a un nemico, è un atto di pietà (non in senso dispregiativo), cioè permette di elevarsi di spirito a differenza della maleintenzione del nostro avversario, per permettergli di cambiare idea o farlo pentire di aver intrapreso quella azione. D’altronde, è più facile colpire o avere la capacità di autocontrollo e quindi di scegliere ? Solo il praticante di alto livello riesce a scegliere il proprio “destino” e quello altrui, è un indice di grande preparazione fisica, mentale e spirituale, è la capacità di discernere lucidamente e non di distruggere in maniera cieca.

Sul piano filosofico e senso della vita, il principio vuole semplicemente dirci che non dobbiamo essere noi ad andare verso le cose, ma dobbiamo spesso lasciare che siano loro a venire verso di noi, in un sentimento di accettazione per ciò che ci succede e non per piegarle alla nostra volontà in maniera egoistica, è quindi la capacità di essere aperti alla vita.

Non attaccare per primi, è possibile ? A volte per salvare la propria pelle è necessario applicare i principi del kumite, attaccare prima che l’avversario ne abbia intenzione, e non aspettare una sua re-azione. Ma la questione è un’altra. Se pensiamo al fatto che per ottenere la vittoria bisogna sferrare ripetutamente dei colpi, otteniamo una visione incompleta. il termine bu (marziale) è formato da 止 (fermare) e 戈 (lancia), possiamo capire come le arti marziali si basino sul principio di cui stiamo parlando, cioè il concetto di fermare lo scontro e non essere bramosi di violenza e sopraffazione del nemico. Sfoderiamo quindi la nostra spada solo quando il nostro spirito è completamente esaurito e quando lo scenario che si viene a creare è il peggiore che si possa presentare, siate allora consapevoli e agite (non re-agite) con tutto il vostro corpo, mente e spirito.

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