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Il fantasma della purezza passata

di Stefano Censi

 

Se si vuole sopravvivere più che dignitosamente nella morihei_ueshiba3nostra società, è necessario saper usare la pubblicità. Vendersi. Non è una cosa nuova, però nell’ambito delle arti marziali mi pare ci sia un po’ di confusione. Si tende, infatti, a considerare queste pratiche come qualcosa fuori dal tempo, entità pure, separate dalla società fluida (cit. Bauman) dei nostri giorni.

Le arti marziali, dal canto loro, altro non sono che l’esternazione fisica di atteggiamenti che l’uomo esprime nei confronti della società. Il singolo è messo in relazione con i suoi simili, con l’ambiente, e deve poter utilizzare ogni cosa a sua disposizione come utensile per adattarsi (un po’ come Seiryoku Zen’yo). Deve quindi essere capace di entrare in armonia con il tutto (il kanji 合 di Aikido), anche se entrare in armonia dovesse significare colpire, mutilare o uccidere una persona. Tralasciamo per ora queste definizioni spirituali e concentriamoci più sull’aspetto culturale e ideologico. Le arti marziali hanno una connotazione pura?

Il termine puro indica generalmente una caratteristica pulita, priva di quelle “macchie” che rendono indesiderabile qualcosa. In un certo senso molto vicina alla divinità e, per questo, quasi intangibile. Pensate che sia una caratteristica delle arti marziali?

Il karate come lo conosce la maggior parte della gente oggi è formato dalle famose 3K: Kihon, Kata, Kumite. Peccato che lo statisticamente rilevante non implichi una correttezza a livello di sostanza… Quelle tre K sono bullshit, buone per l’aerobica. L’arte marziale che pratichiamo (o dovremmo praticare) in realtà (cioè secondo me e Jesse Enkamp) è:

Kiken (“Pericolosa”). Le tecniche che usiamo servono per bloccare, mutilare, uccidere. Non sono coreografia. Lo scopo ha dato loro una forma.

Kitsui (“Dura”). La pratica, in qualsiasi campo, richiede una dedizione ferrea e costante, fisica e psichica. La resistenza alla fatica e il mettere da parte i nostri altri svaghi per il karate richiedono entrambi un certo dispendio di energia. Tale fuoco non può essere alimentato se non da noi stessi.

Kitanai (“Sporca”). Il combattimento, inteso come aggressione e/o come scontro tra professionisti, è amorfo, imprevedibile, casuale, caotico. Sia vedendo match dell’UFC o registrazioni di aggressioni in strada, le dinamiche non si possono ben definire come una partita a scacchi. Non siamo in un film di Sherlock Holmes con Robert Downey Jr. Non potete immaginare e pianificare uno scontro prima che inizi. Ah! È sottinteso che non ci sono regole nel karate.

(P.S. queste 3K sono state pensate per descrivere lo stacanovismo degli impiegati giapponesi, ma possiamo applicarli anche a noi che pratichiamo per passione)

Queste 3K non sono “antiche/tradizionali/autentiche…”. Sono quelle che più si avvicinano all’ideale che portò i pionieri di quest’arte ad avanzare nelle loro ricerche. L’efficacia che, fluendo nel combattimento, crea una buona forma. “Yo Ryu Bi” à la Mabuni Kenwa. Potremmo usare il termine Koryu (“old style”, di vecchio stile, stampo), ma perché dovremmo definirlo? Sarebbe una speculazione fine a se stessa e poi “le cose fonde non si posson dire” (cit. Boine).

Potrei sbagliarmi, ma queste tre caratteristiche potrebbero essere applicate a qualsiasi arte marziale (cioè nata per il combattimento). Aikido, Judo, Silat, Tai-ji-quan, Shaolin-quan… tutte sono nate per poter contrastare un’aggressione, fisica e verbale?

“Come, anche verbale?“

Certo! La pratica delle arti marziali, senza un codice di condotta morale, sfocerebbe nella violenza gratuita. Non sto parlando, però, di un codice morale scritto. Nella storia delle arti marziali ci sono anche stati, ma sono oggettivamente arbitrari e sempre opinabili, poiché frutto dell’uomo. La morale è una legge che ogni uomo si crea, che costruisce in base alla propria persona, e di cui il singolo è l’unico giudice. Un’azione che vi fa star bene con voi stessi è morale, una per cui vi sentite in colpa non lo è. Non è una distinzione così netta, ma il fulcro è che l’unico giudice è l’individuo stesso. Gli altri possono giudicare da fuori, utilizzando a loro volta la propria morale come metro. Tutto nel più completo relativismo (“Dio è morto”, ricordate?). Ma il meccanismo di formazione della morale dell’individuo è lo stesso per tutti. Il continuo allenarsi fisicamente si ripercuote (o per lo meno dovrebbe) anche sulla psiche dell’allievo che, conoscendo la fatica e percependo il divario culturale tra lui e l’insegnante, guadagnerà in pazienza e umiltà. In una parola: esperienza. Il tempo plasma la vostra persona tanto quanto lo spazio che vi circonda.

Eppure…

Basta girarsi intorno per notare come rispetto ed educazione non siano sempre presenti. Ok, non siamo tutti San Francesco, il concetto di pudore e scandalo non è uguale per tutti, però di persone poco educate è pieno il mondo delle arti marziali. E il web.

Esatto. Il web è il nuovo ring per le scazzottate verbali tra marzialisti. La sicurezza dei keyboard warriors sta nella distanza virtuale che li separa dai “brutti e sporchi saraceni infedeli”. Spesso l’approssimazione delle informazioni è un’altra caratteristica. Si butta lì una frase, anche ben ponderata magari, ma senza effettivamente presentare prove e/o effettive analisi storico-scientifiche.

Quindi: vi sembra che le arti marziali siano “pure”? A me no. Ma non per colpa dell’arte. Come idea astratta, come concetto, le arti marziali lo sarebbero anche. È l’intermezzo umano che degrada la pratica. L’uomo è il male di ogni pensiero. Male… non è neanche la parola giusta. L’uomo crea il concetto di purezza, lo plasma con la mente, ma traducendolo l’idea in fatti essa perde in genuinità. Dal sacro al profano.

jesse_enkamp_knx14_kata_pachu-298x600“Per i primitivi, così come per l’uomo di tutte le società premoderne, il sacro equivale a potenza e, in fin dei conti, alla realtà per eccellenza. Il sacro è saturo d’essere. Potenza sacra, significa realtà, perennità ed efficacia insieme. L’opposizione sacro-profano si traduce spesso in un’opposizione tra reale e irreale.” (Eliade Mircea, Il sacro e il profano, pag. 15)

Vorreste mai affermare che ciò che fate è irreale, in-esistente? Avreste mai il coraggio di dire che i gradi, la gerarchia imposta dall’ipse dixit, il vestiario, le posture scomode “ma obbligate”, persino qualche aspetto del reigi, siano tutte cose “campate per aria”?

“Nella manifestazione del sacro, un oggetto qualsiasi diventa un’altra cosa, senza cessare di essere se stesso, in quanto continua a far parte del proprio ambiente cosmico che lo circonda. Una pietra sacra rimane una pietra […]”
Ibidem.

Così, il diploma di 10° dan rimane un pezzo di carta, l’altarino di Jigoro Kano uno scaffale con una foto, l’hakama una gonna-pantalone, le parole in giapponese dei semplici lemmi che non conosciamo. Alla base di tutto c’è il misconoscimento e l’ignoranza.
Sia chiaro: il reigi (etichetta) a mio parere va rispettato. Ogni persona merita rispetto (fino a che possibile, sempre perché di San Francesco ne è esistito uno solo) e i modi di dimostrarlo sono codificati le reigi. Brindare ponendo il bicchiere più un basso del maestro, prendere gli oggetti donati con entrambe le mani, non dare mai le spalle… non sono esoterici, sono solo diversi dai modi che usiamo in Italia.

Una cosa che, però, fa spesso parlare sono i soldi. Se il mondo gira per inerzia, la società gira grazie al denaro. Potete fare i sentimentali quanto volete, se dovete riempirvi la pancia dovete andare a fare la spesa e pagare. E non solo voi. Anche i maestri che vi insegnano.

“Èh, ma vogliono troppo!”

Ok, forse potrebbero costare un po’ a volte. Senza far nomi, partecipare a uno stage di un giorno e mezzo con un maestro giapponese venuto in Italia qualche anno fa costava circa 150 monete sonanti. Nello stesso periodo un maestro occidentale (ma non europeo) dello stesso grado (non parliamo della capacità, quelle possono piacere o meno) per due giorni di lezione chiedeva poco meno di 100 denari. Ora, capisco che possa costare lo spostamento in aereo e l’organizzazione. Strano è che ore di lezione e pagamento non collimano. Mah… ‘sti orientali so strani!
Tradotto è: spesso gli occhi a mandorla fanno più colpo delle tecniche proposte. Pregiudizi.

Collegata alla questione “soldi” c’è anche la pubblicità. Marketing. Per molti è una parolaccia. A molti non piace che McCarthy faccia pubblicità alla propria scuola, che non voglia riprese durante gli stage (sennò che li vende a fare i DVD?). Spesso Jesse è criticato perché fa troppo marketing (tra KNX, Seishin Gi, social network, etc…). Nessuno però critica i manifesti della propria associazione appesi per la città, i volantini sparsi e i vari gadgets. Stesso meccanismo di McCarthy e Jesse, soltanto in scala diversa. E non lo fanno solo gli occidentali. Anche grandi insegnati come Taira Masaji e il compianto Yoshimi Inoue facevano marketing. È normale, dovevano guadagnare anche loro per mangiare!
Il dibattito avrebbe questione di esistere solo in relazione al “troppo e cattivo” marketing. Li ci spostiamo nella zona McDojo. Tutta robaccia…

Ci siamo immersi finora in questioni “filosofiche” riguardo la purezza nel Karate. Ora proviamo a muoverci su un orizzonte più fisico.

I Kata.

La pratica di ogni arte marziale nasce da un’esigenza imprescindibile: lo scontro. È la possibilità di subire un’aggressione che ci spinge ad osservare e studiare gli scontri di violenza fisica ed elaborare contro-tecniche efficaci.

Notiamo, però, che spesso si mette più enfasi nella pratica del kata che nelle sue applicazioni.

Copiando lo scontro e schematizzando attacco e difesa in esercizi a due persone, i praticanti riescono a ricreare scenari di violenza fisica senza necessariamente dover scatenare una rissa. Allo stesso modo, nel caso in cui ci si trovi da soli, si può ricreare l’esercizio a due persone attraverso i kata.

Scontro –> Esercizi a due –> Kata

Con il passare del tempo, però, ai movimenti dei kata si sono attribuiti significati diversi da quelli “di partenza” (il che non significa necessariamente “meno efficaci”), sia per studio avanzato, sia perché le pratiche a due si sono spesso perse.
Alla fine de giochi, comunque, la nostra pratica deve servire a tornare nello scontro con strumenti adatti a salvaguardare la nostra incolumità e quella dei nostri “compagni”.

Cattura

Sia il bunkai che gli esercizi a due persone (se eseguiti correttamente) portano a una buona preparazione allo scontro. Il kata di per sé, invece, è “soltanto” una coreografia mnemonica. Non prendete quel “soltanto” come una cosa riduttiva. Se si parla di Kata (scritto così 形) indichiamo una forma, un contenitore, un modello. Se lo rappresentiamo con l’ideogramma 型 starà invece a indicare una forma che lascia un segno al suo passaggio (lett. “che taglia il terreno”). Il kata è una forma di condizionamento psicofisico che ci insegna a essere i burattini di noi stessi. Peccato ci sia qualcuno che innalzi il kata al di sopra delle altre pratiche o, peggio, lo faccia diventare l’unica fra tante possibili.
Il kata è una coreografia. Un insieme di movenze e gesti. Attraverso la sacralizzazione, tale esercizio acquista caratteristiche a esso naturalmente estranee. A volte è un bene, come nel caso del “temprare lo spirito” o come il sentirsi parte di una storia e una cultura senza tempo, ma se diventa una fissazione o si riduce a pura ginnastica (“vasche e vasche” senza senso), allora non so quanto possa essere utile…

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In conclusione, quando pensate o guardate qualcosa idolatrandola, cercate di ricondurla a ciò che più semplicemente è. Un kata è una sequenza fisica di movimenti, il gedan-barai l’estensione di un braccio (contraendo principalmente il tricipite), il tenkan del jujutsu o aikido è un passo e una rotazione di 180°. Potete chiamarli come volete e attribuire nomi “mistificheggianti”, ma alla base di tutto c’è una fisicità imprescindibile. Bisogna partire da essa per poi andare al livello metafisico-interpretativo. Così il marketing. Non insultatelo, se anche voi lo fate con i volantini della vostra scuola o il biglietto da visita del vostro ufficio. Criticare è doveroso, ma con giudizio. Anche i samurai facevano pubblicità!

“Think outside the box, but do not forget the box!”

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