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Cosa vuol dire meditare ?

Parlare di meditazione. E’ possibile ? Il concetto stesso di meditazione gioca su un controsenso, praticare senza praticare.

buddha meditazione Prima di poter accennare cosa sia la meditazione dobbiamo prima domandarci: cosa vuol dire innanzitutto fare un esercizio ? Potremmo affermare che è sforzarsi di fare qualcosa, avere un particolare atteggiamento fisico-mentale, seguire certe istruzioni, svolgere un compito affidato in una determinata modo. Quando si vuole svolgere un esercizio, lo si vuole fare correttamente, con dedizione e metodo. Questa idea dirige la mente verso una finalità: ci aspettiamo che praticare per un certo periodo, con costanza e duro lavoro su se stessi, allora otteniamo il risultato sperato.

Pensiamo a uno sport, possiamo ottenere una capacità che prima non avevamo; se ti impegni nello studio delle arti marziali, piano piano le conoscerai bene; se proviamo a risolvere un difficile problema, attraverso le tue conoscenze e i tuoi tentativi, riuscirai a risolverlo seppur risulti complesso. Dall’altra parte, se non riesci a fare tutto ciò, non hai svolto il tuo esercizio, hai fallito.

La meditazione, ecco, non è questo, non vive nella dimensione descritta. L’istante presente è esso stesso Nirvana, ritrovamento del sé originale e vacuità totale. Non esisiste pratica per raggiungere il Nirvana, non è la conclusione logica di un lavoro continuo e costante su di sé, non è la soluzione di un problema, un rompicapo da risolvere, né vi è alcun sentiero sul quale incamminarsi e che conduca alla realizzazione.

Eppure la meditazione è esercizio ! Il Buddha si sedette sotto il cosiddetto albero della Bodhi, della illuminazione, e, dopo un intensa indagine e pratica interiore profonda, raggiunse il nirvana, attraverso quella cosa che denominiamo meditazione che facciamo in un certo modo, piuttosto che in un altro: mettendoci in una certa posizione, dirigendo la consapevolezza su certi aspetti della nostra persona e usandola in un certo modo, ecc.
Su questo paradosso dobbiamo muoverci e dobbiamo permanere, è un continuo filo sul quale cerchiamo equilibrio, e se in esso perduriamo, otterremo dei frutti. Ciò significa non svolgere gli esercizi con atteggiamento di dicotomia di soluzione di un problema e nemmeno con atteggiamento indifferenza totale. La via di mezzo come sempre è la migliore: asciutta, anonima, lucida e non giudicante. Giungiamo alla conclusione che l’esercizio deve essere ANCHE non-esercizio.
Finquando diciamo a noi stessi: “Devo praticare in un certo modo”, ti irrigidisci proprio mentre ti forzi a rilassasarti, ti costringi in modo coatto, serri i denti e ti sforzi a fare bene ciò che fai. Ti svii. Praticare in un certo modo lo si ottiene dimenticandosi di dover praticare in quel certo modo, ma ricordandoci di praticare in quel determinato modo.

Allora qual è il significato di meditare?

Non esiste risposta semplice, i meditanti più esperti si rendono conto che con la pratica, maggiormente si rendono conto di quanto il significato di meditazione sia sfuggente e indefinibile.

Si può affermare che è però stato di puro essere, di limpida consapevolezza, attenzione osservante: uno stato in cui tutti naturalmente e originariamente rientriamo, ma per il quale è necessario un attento lavoro sul sé. È ritorno alla condizione normale del corpo e della mente: uno stato di unità che supera qualsiasi dualità. Attraverso una serie di esercizi di indagine della propria meccanica fisica e mentale (dalle sensazioni e dai pensieri più superficiali a quelli più sottili), si diviene pienamente presenti, consapevoli, nel qui e nell’ora: si realizza la pienezza della pura attenzione.

La meditazione è la tua natura: non è un risultato – è una condizione reale. Non deve essere raggiunta, deve solo essere riconosciuta. È la tua essenza: non puoi averla e non puoi non averla. Non può essere posseduta, non è una cosa. La meditazione è attenzione: non si tratta di cosa stai facendo, ma di come lo fai. La meditazione è osservazione: non fare niente, non ripetere dei mantra, non ripetere il nome di dio – semplicemente osserva la tua mente. Non disturbarla, non ostacolarla, non reprimerla.

La meditazione non è un credo, non è un dogma, non è un culto, non è una religione, non è una morale, non è un giudizio: è un’esperienza evidente in se stessa.
La meditazione è non-fuggire: è rilassarsi ed essere nel momento, nel presente. È essere e rimanere nel qui e ora.
La meditazione è chiarezza di visione. È uno stato di pienezza, di vuoto e di unità.
La meditazione è l’arte della consapevolezza: è una resurrezione dalla cecità di ciò che è, è essere presenti.
La meditazione non è una tecnica, non è un pensiero particolare, non è uno sforzo, non è concentrazione: è comprensione ed equilibrio, è equanimità e silenzio, è ascolto e stabilità.
La meditazione non è staccare la spina: è lo stato naturale della mente, la sua semplicità, è il lasciare andare la presa, la quiete originaria.

È addestrarsi nel ” miracolo della presenza mentale”: ovvero si scopre che quella che ritenevamo all’inizio una pratica circoscritta in tempi e luoghi prestabiliti (la palestra, la nostra camera, ad esempio) si espande man mano sempre più, in grado di mutare dal profondo il nostro stare nel mondo, il nostro vivere la vita. Non significa rifugiarsi nel proprio paradiso mentale, bensì avere un contatto semplice e diretto con la realtà (interiore ed esteriore), liberi dagli innumerevoli filtri che si interpongono tra la mente e il vero. Meditare vuol dire fare eliminare il superfluo delle innumerevoli teorie psicologiche, filosofiche, affascinanti quanto pretestuose e piene di dottrina, fare piazza pulita di parole e spiegazioni, e volgersi verso il Sé, la propria natura, in direzione di una conoscenza non più meramente intellettuale e razionale, bensì autentica e diretta.

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