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Storia di un Sensei – L’Olimpo

Battesimo di fuoco

Capitolo 4 – L’Olimpo (capitolo 3 qui)

kyokushin combattimento adultiSono ormai grande, ho 11 anni! Sono cintura gialla (alla nera mi mancano 4 esami), di corporatura robusta ero sicuramente sovradimensionato rispetto ai miei coetanei, a fine lezione, di inverno, fuori pioveva, il maestro mi chiama a sé e mi dice: “tra un mese hai un torneo!”

Io ero stracontento, risposi “osu!” E aggiunsi: “Maestro però devo chiedere ai miei genitori”. Non mi prese proprio in considerazione.

Mi guardò e ripetè: “Tra un mese hai la gara. Da domani ti alleni con gli adulti !”

Era come se mi avessero autorizzato ad entrare nell’Olimpo. I grandi, le cinture superiori. Il giro dei “potenti” !

Il giorno dopo mi presento gasato come una coca-cola, sicuro che mi sarei imposto e che avrei conquistato una posizione di rilievo, insomma mi sarei affermato.

L’allenamento fu durissimo, per me, gli altri chiesero al maestro come mai stesse facendo un’ allenamento leggero pur essendo sotto gara !

A mezzora dalla fine, comando di pausa (enote),tutti in cerchio:
Kumite (combattimento).

 

Ero troppo contento. “Vedrò gli adulti combattere e … magari anch’io potrò !”

Non feci in tempo a concludere il mio pensiero che il maestro disse che mi avrebbero dovuto dare “il benvenuto”. E io che pensavo che si combattesse ?!?

E infatti, il benvenuto era che a turno tutti avrebbero fatto due scambi (come si dice in gergo) con me. Ben quattordici combattimenti!

Mi hanno distrutto. Ero un po’ demoralizzato, quando nello spogliatoio il più “cattivo” dei senpai (cinture nere più anziane) mi guardò con aria minacciosa e disse: “sei bravo! Guai a te se lasci !”. Risposi: “Ossu!!” (ma non capii a pieno).

Tornato a casa la fatica maggiore fu dissimulare il dolore per evitare il giudizio negativo dei miei. E poi non potevo mica spiegargli che ormai ero al punto di non ritorno ? Avevo preso la mia decisione: “il karate non lo lascerò mai”

Solo molto tempo dopo ho realizzato che la mia decisione era legata indissolubilmente a quella sensazione di dolore corporeo che, stranamente, mi causava una sorta di serenità mentale.

Il mese di allenamento volò, io, in quei giorni ho appreso cose che sarebbero maturate solo una ventina di anni più tardi.

Tutti i senpai che con me fingevano durezza, colpendomi senza sconti, erano in realtà stati istruiti dal maestro. Dovevano “crescermi”.

Non sta a me dire se sono riusciti nel loro compito, ma io oggi li ringrazio tutti. Per ogni tzuki (pugno) e calcio(keri) che mi hanno inferto.

Grazie di aver provato a “crescermi” ! (capitolo 5 qui)

Ganryu

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