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Storia di un Sensei – L’inizio

Storia di un sensei

Introduzione

Molte delle vicende narrate, sono sicuramente di interesse generale, mentre tanti particolari della storia sono la descrizione di come da bambino, giovane ed adulto si vivano le arti marziali, senza edulcorazioni. Ed è qui il punto. Alcune caratteristiche del protagonista, sono abbastanza, come dire, “discutibili”.

Scelte fatte, azioni di cui non andare fieri, marachelle, ma anche guai seri, per cui la scelta dell’anonimato.

Il tutto per arrivare li dove si è !

Ovviamente il Karate è il filo conduttore. Molte delle storie hanno come sfondo al realtà del karate italiano e mondiale…si narra di ottimi maestri e di pessimi insegnanti. Di amicizie, di odi. Non per cui la scelta, ma da cui la scelta.

“Storia di un Sensei” – Capitolo 1- l’inizio

tigre bianca storia di un sensei

Il mio nome non conta,come non contano le informazioni didascaliche e personali. Quella che conta è la storia.

La storia,questa storia,possiamo farla iniziare quando avevo sei anni… e un dente che “penzolava” …

Sono nato in un paesino del sud Italia, nel 72… mio fratello nel 71 mia madre insegnante mio padre rappresentante di commercio e maestro di kenjuntzu (arte della spada giapponese).

Cresciuto tra Omero e Musashi il mio primo ricordo cosciente è quello di un giorno di estate, caldo secco, sole e luce gialli, in casa la tv in bianco e nero era poco utilizzata, io ho un dente che “penzola”. Vado da mio padre che era nel suo ufficio, o lo studio,come lo chiamava lui.

Era immerso tra le carte tutte sparse sulla sua scrivania enorme, di legno massiccio, sollevò la testa e io gli dissi che avevo un dente che stava dondolando,non ci pensò due volte,si alzò,si recò all’armadietto delle armi prese un arco (di forma strana) e disse:” chiama tuo fratello che andiamo in campagna !”

Vivevamo già in campagna, la nostra casa era in un bosco al centro di nulla. Ma, andiamo in campagna voleva dire per me: andiamo a fare cose da samurai nel bosco.

Eccoci, sono le tre del pomeriggio, io, mio padre e mio fratello di fronte ad un albero con un arco e le frecce…

Dopo averci spiegato che la mira andava presa con la mente e non con l’occhio ci illustrò la gestualità di tiro,tutte cose che noi bambini avremmo saltato tranquillamente pur di tirare subito qualche freccia, cosa che facemmo da li a una mezzora; qualche centro e centinaia di “lisci” dopo, mio padre tirò fuori dalla manica del kimono (in casa e in privato vestiva con abiti orientali) un “filo“, mi guardò e disse: ” qual è il dente che ti fa male?”.

Glielo indicai. Guardò mio fratello e gli disse di mettere un ceppo sull’insenatura di un albero posto ad una decina di metri da noi.

Mentre mio fratello tornava dal posizionamento del bersaglio,io mi ritrovai con il dente penzolante legato ad un capo del “filo”, e dall’altra parte, mio padre, legò il filo alla freccia,nemmeno il tempo di capire,tirò, mirò con una velocità pazzesca e lanciò !

Freccia nel bersaglio,il mio dente volato via,non ho sentito dolore.

Ma credo di essere comunque rimasto traumatizzato !

Come vi dicevo il mio nome non conta..quello che conta è la storia,la mia storia. Quello appena narrato è solo il principio… questa è la storia di un sensei.

Ganryu

Un dente che vola via, una rinascita. Cosa significherà per quel bambino ? A presto, con il nuovo capitolo.

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Sulla Via del nebuloso Do.

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