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Storia di un bambino qualunque

Di Stefano Censi

Ci si iscrive. Si pratica per un po’. Si lascia.
Questo è il ciclo biologico di molti karateka. Non di tutti, però.

Storia di un bambino qualunque

C’era una volta un bambino 6344001_origdi sei anni che da mattina a sera saltava di divano in poltrona, urlando “ONDA ENERGETICA!”. Ce n’erano molti come lui, forse anche troppi. La madre, per fargli fare un po’ di attività e per vedere se la sua era una passione, decise di iscriverlo a un corso di karate.

Il primo giorno fu estraniante. Uscì dallo spogliatoio. Una ventina di bambini sconosciuti, tutti con un pigiama di cotone bianco, stavano in riga davanti a un ometto con la cintura nera.
“Cosa devo fare?” si chiese il bambino.
Il maestro (che ricordava vagamente Miyagi di Karate Kid) lo fece salire e si fece il saluto. Tutti in ginocchio, occhi chiusi e poi aperti, inchini, tante parole incomprensibili.
“Che razza di posto è?” si domandava il bambino, guardandosi intorno senza capirci molto.
Si comincia. Giochi, rincorse, strisciare tra i bastoni di plastica colorata, capovolte, ruote e palloni di gommapiuma per esercizi di ogni genere. Il bambino ci capiva meno di prima, ma almeno si divertiva. Ogni tanto, poi, l’ometto (che tutti chiamavano “Maestro”) faceva vedere movimenti strani con le braccia che si dovevano ripetere. “Gedan-barai! È la “parata dello scivolo”! Provate a ripetere!” diceva il maestro mentre faceva scivolare un braccio flesso sull’altro teso. E tutti lì a ripetere senza sapere perché. Non era importante, bastava copiare per il momento.

I giorni passavano, il calendario cambiava un mese dopo l’altro.
Ogni tanto capitava che la domenica mattina il bambino si dovesse svegliare presto e andare in auto in una palestra di un altro paese, vicino al suo, per incontrare altri amici che facevano karate. Qualcuno vinceva anche delle medaglie, come in tv! Lui non era bravissimo, non arrivava mai sul podio, però, almeno si divertiva e conosceva altri bambini.

Dopo aver superato quelle cose che l’ometto chiamava “esami”, il bambino aveva ormai collezionato quattro cinture di colore diverso. Il verde non gli donava molto, ma sempre meglio dell’arancione.

Erano passati anni dal primo giorno. Alcuni di quelli che avevano cominciato con lui non venivano più in palestra, ma il bambino continuava ad andare. Abitudine? Neanche lui lo sapeva di preciso… Per il calcio era negato, il nuoto era noioso, l’atletica anche. Finché non avesse trovato altro, si sarebbe accontentato.

Un giorno, entrando in palestra, aveva notato un nuovo poster. “Seminario internazionale di karate”, recitava. Il maestro veniva dal Giappone. Dove era nato il karate! Lo facevano proprio nella sua città. Non poteva perderselo! Parlò con i genitori: il giorno dopo si era iscritto al seminario.

Venne il giorno. Entrato nel palazzetto, il ragazzo (i bambini prima o poi crescono) vide due “tappetti”, un vecchietto e una giovane signorina. “Non mi aspettavo che i giapponesi fossero così bassi!” pensò subito. Ma erano giapponesi, i migliori a fare karate!
Tre giorni di stage. Tre kata nuovi dai nomi corti, mai sentiti prima. Era dura, ma gli “gustava” tanto! Il vecchietto, un pluricampione mondiale degli anni ottanta, si muoveva come una tigre. La ragazza giapponese aveva un kime di una grazie e potenza senza pari. Un altro pianeta! Parlavano di un’isoletta dove abitavano, Okinawa, e di maestri antichi come Nakaima, Motobu e Miyagi (ma non era un attore quello?).

Tsuguo Sakumoto 9th dan Ryuei-ryu. Photographed at the Naha Budokan Sept 1st 2014
Tsuguo Sakumoto 9th dan Ryuei-ryu. Photographed at the Naha Budokan Sept 1st 2014

(Ph. Chris Willson)

Ma le belle cose non durano tanto. Finito il seminario, al ragazzo rimanevano delle foto, un diploma di partecipazione e un pensiero nuovo: fare le gare! Voleva allenarsi talmente tanto da diventare veloce e forte almeno come la signorina giapponese. Ormai i corsi della sua palestra li conosceva: andava quando poteva e si allenava. Da solo, in due, in venti. Anche di sabato. Non che avesse chissà quale vita sociale, ma non riusciva a uscire molto. Non si lamentava, però. Con l’aiuto (economico e affettivo) dei suoi genitori, era riuscito a gareggiare a Roma, Milano, Venezia, Perugia, Napoli, Firenze, addirittura Bucarest! Aveva visto i campionati mondiali in Serbia. Fatto milioni di foto con campioni di ogni nazionalità possibile. Firme, magliette e libri ne aveva a bizzeffe. Sia chiaro: non vinceva quasi mai (anzi, il podio lo sfiorava sempre), però si diceva che “si impara più dalla sconfitta che dalla vittoria”. E non l’aveva letto su Facebook. Si era ricordato che Goku, per vincere il suo primo Torneo Tenkaichi, ci aveva messo sette anni (e si era anche allenato con Dio). Prima aveva perso sempre. C’era speranza per tutti insomma. Tra tutto questo viaggiare si era anche fatto diversi amici, sparsi un po’ per tutta l’Italia (e non solo).
Piano piano, il ragazzo cominciava a vincere (una ogni tanto, nulla di eclatante) e a interessarsi di storia, filosofia e altri aspetti “non ordinari” del karate.
Che fine avevano fatto gli altri, quelli del suo corso iniziale? Erano rimasti lui a altri tre. “Il karate lo possono fare tutti, ma non è per tutti!” ripeteva l’ometto, che intanto aveva cambiato atteggiamento con il ragazzo. Non era cattivo, ma pretendeva più impegno e lavoro che da un bambino. Era normale, in fin dei conti.

Tra i viaggi su YouTube, seminari e discussioni con altri maestri, il ragazzo aveva iniziato anche a praticare la lotta a terra, le leve e gli strangolamenti. Nessuno, a parte lui e i suoi amici, Leonardo e Riccardo, faceva quella roba. E gli altri due il più delle volte erano costretti, un po’ per gioco un po’ per forza.
Tra i tanti libri che aveva sul karate, il Bubishi lo incuriosiva molto. Le informazioni presenti, le illustrazioni, tutto mostrava qualcosa che lo attraeva, solo che l’inchiostro non è un bravo insegnate (cit. Platone). Poi vide su un sito web l’annuncio del seminario del traduttore e curatore del libro. Patrick McCarthy. I suoi video su YouTube erano i migliori che era riuscito a trovare, per funzionalità e realismo. Ormai si era stufato dei soliti oi-tzuki tirati come spaventapasseri. Ci voleva andare a quel seminario. Ci andò.

Venne (di nuovo) il giorno. Dato che ancora non aveva la patente, era andato a Cesena (dove si teneva lo stage) con un suo vecchio amico, un maestro di karate di una città vicina: Peppe.
Il maestro, un canadese, questa volta non era basso come il giapponese di qualche anno prima. Ben piazzato, sorriso stampato in faccia, atteggiamento da professore. Ispirava fiducia, insomma.
Si comincia il seminario. Basta il primo quarto d’ora per cambiare idea sul karate. Gli attacchi devono essere “reali” (devono ricreare un contesto domestico, abituale): basta oi-tzuki! Nel karate non ci sono regole, a parte una: “Se qualcosa funziona, prendila! (anche perché, probabilmente, qualche vecchio karateka l’aveva già utilizzata)”.
Al ragazzo si aprì un mondo nuovo. Altro che cross-training: qui si trattava di riscrivere la sua idea di karate! “Function over form” era il suo nuovo motto. Era bastato un fine settimana, solo quello, per far nascere una scintilla nuova, pronta a crescere. Bastava solo un po’ d’ossigeno per alimentarla.

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Tornato a casa, l’ometto non chiese molto riguardo al seminario. Lui neanche si era iscritto, né sembrava molto interessato a quel professore di karate acclamato da tutto il mondo. Perché? Al ragazzo era apparso un nuovo idolo e l’ometto non batteva ciglio. “Perché?” continuava a chiedersi.
I mesi passarono. Il ragazzo crebbe, cominciò a leggere diversi articoli in altre lingue sulle arti marziali (primo fra tutti KarateByJESSE), a scriverne a sua volta e a conoscere gente dai posti più disparati con le sue stesse idee.
Finita la “solita” lezione nella sua vecchia palestra, prese l’abitudine di fermarsi e analizzare applicazioni, lotta a terra, proiezioni, tutto quello che gli veniva in mente. Fortuna i suoi amici che lo sopportavano! Il maestro non diceva molto, ma neanche lo ostacolava. Qualcuno del suo e di altri corsi cominciò a interessarsi a quello che faceva, ma nulla che potesse smuoverli dal seguire passivamente gli insegnamenti dell’ometto.

Nel frattempo, con un amico di famiglia, aveva cominciato a studiare anche Tai-ji-quan. Era interessante notare le somiglianze tra le forme cinesi e quelle del karate di Okinawa. Scoprì esercizi da integrare alla sua pratica quotidiana, come il tui-shu e lo zhang-zhuang. Si divertiva.

Ogni tanto pensava che, magari, in un’altra associazione avrebbe avuto più libertà e avrebbe fatto più ricerca, ma nelle vicinanze quella era la migliore. Non era male come scuola di karate: ottimo livello di agonisti, buona preparazione fisica, discreta cultura teorica del karate, tanti amici. Non si poteva lamentare poi tanto. La Terra, però, non smetteva certo di girare e le persone di vivere.
Ormai il ragazzo aveva compiuto diciotto anni: poteva ufficialmente andare in prigione! In un quarto della sua vita aveva appena iniziato a capire come andava il mondo. Leggeva di tutto, dai fumetti di Corto Maltese ai libri di Marshall McLuhan e Umberto Eco, ma ancora andava al corso di karate iniziato dodici anni prima. Non si era certo stancato, anzi, credeva di essere soltanto all’inizio (e lo era, sia chiaro!).

Proprio in quell’anno il giovane era riuscito di nuovo a incontrare il giapponese che lo aveva stregato anni prima. Non era diminuita la sua stima per lui, era anzi cresciuta. Karate di Okinawa “duro e puro”. Posizioni naturali, calci bassi, prese, testate. Le tre K del karate non erano certo Kihon, Kata e Kumite, ma Kiken (pericoloso), Kitsui (duro) e Kitanai (sporco). Queste erano le forme che cercava, finalmente! Alla fine dello stage, era anche riuscito a intervistarlo: un sogno che diventava realtà! Voi direte: e l’ometto? Era ovviamente contento per il giovane, ma non aveva partecipato a causa di una gara a cui doveva recarsi con alcuni suoi agonisti. Il maestro giapponese e lui si conoscevano, ma al seminario c’era soltanto il giovane. Nessun altro del suo dojo aveva partecipato. Nessuno. Nada. Nihil. Dare mo. Personne. Ok, avete capito. Fu così che un insistente tarlo cominciò a scavare nella sua mente: “Non è che mi trovo in un McDojo?”. La risposta la sapeva da molto tempo, ma non riusciva ancora a dirsela in faccia.

E venne (one more time!) il giorno. Ebbene sì, McCarthy era tornato nuovamente in Italia. Non potete immaginare quanto il giovane fosse felice, talmente tanto da preparare un’intervista anche per lui. Insieme con Peppe, un’altra volta, si erano spinti a duecento chilometri da casa per “andare a trovarlo”. Ecco il palazzetto. Entrati, il giovane riconosce subito Vincenzo, caro amico di Milano, e Maurizio, conosciuto sul web e diventatogli subito simpatico. Per non parlare di Marco, l’organizzatore, Thomas, Manuel… insomma, era una grande famiglia. In un angolo del tatami, poi, nota incredulo Lucio Maurino! Il pluricampione mondiale qui, a Cesena, per un seminario di un karate lontanissimo da quello visto nelle gare. È stato un grande onore per lui. Non era più solo, un pazzo contromano in autostrada. Essere lì con quelle persone significava essere su una strada concreta, un percorso per pochi (ma buoni). Non era tanto il metodo che gli interessava principalmente questa volta (è stato comunque uno dei suoi “Top 3 Seminars”), quanto l’approccio per capire il karate. Non la tecnica, ma i principi. Quelli sono universali. Come per lo scorso incontro, gli sembrava di essere all’università. La sensazione di sentirsi eternamente cintura bianca, il trovare i suoi limiti e volerli rompere con forza, il riconoscere se stesso. Tutto in due giorni. L’intervista fu un’epifania. Una discussione di venti minuti con il suo nuovo idolo canadese valse più di anni di chiacchiere con “maestri” della sua zona. Capire che le arti marziali non esistono, che esiste soltanto un corpo umano uguale per tutti. Sembra stupido, ma così crollano le barriere tra i metodi di combattimento di tutto il mondo. Perché diavolo non ci aveva mai pensato?!

ueshiba_ikkyoSi ritorna al dojo. Pensate che all’ometto interessi il seminario di McCarthy? Beh, non ci era andato neanche quella volta. L’aveva capito ormai, il giovane. Al suo vecchio maestro ormai non interessava più di tanto evolversi. La situazione andava bene com’era. L’omeostasi è un processo naturale del resto. Piaceva anche al ragazzo, quel processo, eppure credeva che il cambiamento fosse l’unica cosa costante nel mondo. Cambiare stando fermi. Stare fermi cambiando. Yin. Yang. Bastava farli abbracciare e prendere una decisione.
Ormai nella sua palestra non era rimasto nessuno dei suoi amici: Riccardo studiava per diventare pilota, Leonardo si era trasferito in America, il suo grande amico Giampaolo (karateka e judoka con cui scambiava sempre impressioni e qualche batosta) viveva ora con la ragazza in Australia. Lui si trovava, invece, ancora nella palestra di dodici anni prima. Il tatami si era rimpicciolito, le cinture gli stavano strette. La routine vuota, fatta di oi-tzuki (ancora loro??), yoko-geri e gedan-barai, lo stava facendo affogare. Alla fine decise.

C’era un’amica del giovane, Claudia, che praticava Aikido vicino a casa sua. Da bravo karateka, lui pensava che quella disciplina, limitata da strutture
tradizionaliste” tipiche delle arti del mainland giapponese, non potesse nulla contro la libertà espressiva del karate di Okinawa. D’altronde, nel karate è permesso tutto, basta solo saper ricreare una situazione verosimile di aggressione. Se tale dinamica di allenamento, però, non era più attuabile nel suo dojo di karate, il giovane doveva trovare un altro luogo dove crescere. Allora si ricordò delle parole di McCarthy: “Il denominatore comune delle arti marziali è il corpo umano!”. Aikido, judo, tai-ji… non importava cosa facesse. L’uomo sempre quello è! Non cambia da un’arte marziale all’altra. Il dolore è qualcosa di universale. “Proviamo l’aikido!” si disse. Conosceva un po’ il maestro, gli sembrava una persona simpatica, di larghe vedute. Magari ogni tanto qualche minuto di lotta a terra glielo avrebbe anche lasciato. Per i kata? Beh, quelli si possono fare ovunque, basta avere almeno due metri quadrati. I bunkai? Era andato avanti ad immaginazione per anni, magari facendo aikido avrebbe allargato gli orizzonti della sua Vernunft (a scuola studiava anche Kant…).

La decisione era stata presa. Lasciare il luogo in cui aveva riso, pianto, sudato, perso sangue… Lasciare persone, esperienze, luoghi con cui aveva vissuto per anni..

shu_ha_riChe poi… Lasciare… Non aveva mica litigato con nessuno! Si sarebbe trasferito in un altro dojo, non avrebbe certo dimenticato tutto ciò. La sua valigia si sarebbe riempita un po’, ma ormai il viaggio era imminente e necessario. Non si poteva fare altrimenti. Doveva essere onesto con se stesso. Avrebbe continuato a praticare karate, quello era ovvio. Qualcuno vedendolo lo avrebbe scambiato per aikido, ma non gli interessava. Era sempre stato uno di quei “relativisti bastardi” per cui le parole sono solo flatus vocis. “Chiamatelo come volete!” diceva il giovane “Finché rimarrò in piedi e voi sanguinerete di fronte a me, quello che farò io sarà karate! Finché avrò fiato in corpo, quello sarà karate!”.

Neanche i suoi amici karateka lo capivano. Ma come? Mischia tutto e lo chiama karate? Eretico! Non ha un minimo di criterio. Quanto vuoi che duri senza un maestro? Tutte domande lecite. Eppure si ricordava che il karate nacque proprio come champuru (“mix”, dall’hogan, il dialetto di Okinawa) di arti diverse, mah…
Il giovane è dunque matto? Forse. Sta sprecando tempo? Forse. Sbaglia? Forse. Ma almeno si diverte. Lo fa di sua spontanea volontà: è lui che ha deciso di andare contromano in autostrada.

Quelli più attenti di voi avranno capito che il giovane sta attraversando la fase Ha del famoso proverbio Shu-Ha-Ri. Staccarsi, lasciare il semplice copiare e addentrarsi nell’avventura della scoperta personale. Ma siete così sicuri che sia un processo lineare? Non immaginate quante decine di volte il bambino, il ragazzo, il giovane, sia passato da Shu, ad Ha, a Ri e poi di nuovo a Shu.

È un cerchio. È normale. È la vita.

“Non seguire le orme dei vecchi maestri ma continua a cercare quello che loro cercarono.”
Matsuo Bashō

 

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