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Mokuso: una premessa su oriente e occidente

Mokuso tra oriente e occidente

meditazione tigre mokuso

Le parole di seguito citate sono prese da uno spunto di riflessione del Maestro Mitia, che mi ha gentilmente concesso di estrapolare, recitare e modellare i concetti da lui espressi, riportando fedelmente il suo pensiero riguardo il Mokuso contenuto nel suo libro “Kenka Karate“.

Andremo ad evidenziare le concezioni distinte di meditazione a seconda che tale idea sia del filone orientale o occidentale, ipotizzando tutto ciò in linea generale.

La meditazione

Anche se con diverse denominazioni, c’è un fattore comune a tutte le arti marziali: la meditazione.
Sicuramente in questo denominatore comune è facile riconoscere l’orma degli shaolin. Ma nel pratico… meditare cos’è?

Qui si evidenzia un gap (non il solo) tra la cultura (e la lingua) occidentale e la cultura (e la lingua) orientale.

Gli occidentali, figli del cogito ergo sum, concepiscono la meditazione più in senso di “concentrazione”. La concentrazione ha bisogno di un oggetto, mentre in oriente la meditazione assume più il senso del libero scorrimento dei pensieri.

La differenza sostanziale (tralasciando l’aspetto neurologico) stà nella “volontà” !

La Volontà!

Nell’ accezione di concentrazione il requisito della volontà viene messo in campo da subito, anzi, da prima.

«Mi concentro per pensare ad una soluzione (cioè richiamo alla mente tutta una serie di nozioni “inerenti” il problema e cerco di ordinarle fino ad ottenere una soluzione).»

In Oriente la meditazione si muove in senso opposto, si cerca la dispersione della volontà, lo stadio di mushin, fondamento delle arti nipponiche (non solo marziali), che non è l’assenza di pensiero, ma
il suo libero scorrimento senza l’impegno della volontà, la quale è vista come una delle espressioni dell’Ego, quindi facente parte di quella ”zavorra” psichica che il mokuso si propone di sospendere ed eliminare.

Questi due generi di meditazione potremmo definirli uno convergente e l’altro divergente (definizione mia) in senso che il primo, l’occidentale, è un’ azione che dalla molteplicità (una serie di pensieri) porta all’unicità (di pensiero). Meditare su qualcosa è un procedimento di esclusione( dell’inutile).

In oriente,invece, la meditazione è di tipo divergente,cioè parte dall’uno (l’individuo) per assurgere alla molteplicità, si parla di armonia con il cosmo anche in forma allegorica intendendo quel complesso corpus di sinapsi che compongono il nostro essere.

Il primo disciplina la volontà attraverso la sua azione, il secondo attraverso la sua assenza.

Se il karate viene studiato come arte marziale,cioè duro allenamento psico-fisico incentrato sul miglioramento delle capacità combattive (difensive), se quello che stiamo studiando è il
combattimento reale non possiamo prescindere dal concetto di annullamento (dell’ego) intrinsecamente legato al mokuso orientale.

Per contro,invece, se stiamo studiando uno sport,di combattimento o tecnico-compositivo, abbiamo bisogno di una meditazione focalizzata (e razionalizzante) sui fattori inerenti la prestazione.

Credo che entrambe le modalità meditative andrebbero praticate, non confuse.

Cos’altro aggiungere alle parole del Maestro Mitia ? Non a caso noi occidentali usiamo detti come “mens sana in corpore sano”, supponendo mente e corpo come unità distinte, in Oriente invece tale separazione non sussiste, mente/spirito/corpo sono un tuttuno.

Ci basti sapere per ora che Mokuso etimologicamente significa non a caso “mettere a tacere i pensieri”. Esamineremo a fondo questo argomento in ulteriori articoli, guardando a una pratica senza pratica che permetterà di mettere il tasto OFF allo stress della frenetica vita moderna e al vortice interiore della mente, ponendo l’accento sul suo possibile significato nella vita di tutti i giorni.

Sinceri ringraziamenti al Maestro dallo staff del sito per la gentile concessione

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Sulla Via del nebuloso Do.

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